Di proverbi napoletani ce ne sono tantissimi e più curiosi che ad oggi sono anche conosciuti in tutta Italia. Uno di questi è l’antico proverbio “Spacca e mmette ô sole“ è usato per molte situazioni differenti. Scopriamo insieme cosa significa davvero e soprattutto da cosa deriva.
L’espressione originariamente faceva riferimento ai contadini che usavano tagliare, spaccare, pomodori o fichi ed esporli al sole per l’essiccazione. Dunque, maggiore era la quantità di pomodori o fichi seccati e messi al sole, maggiore era la ricchezza del contadino e maggiore il vanto che ne derivava.
Oggi invece, significa vantarsi di inesistenti ricchezze o anche meriti davvero posseduti. In parole povere, ci si riferisce a colui che viene identificato come “spaccone”, ovvero chi ostenta grandezza con ciò che ha, ciò che fa e anche di ciò che è. A tal proposito il termine deriva proprio dal proverbio “spacca e mmette ô sole”.
Un altro dei proverbi napoletani antichi è: “O ‘ngignere d’’o Vesuvio”. L’espressione viene utilizzata a mò di sfottò nei confronti di un individuo che argomenta in modo bizzarro e ricercato nel vano tentativo di dar supporto ad una sua affermazione priva di prove reali.
La locuzione che chiama in causa un ingegnere del Vesuvio, non fa riferimento a quel famoso ingegnere Olivieri che nel 1878 ideò la funicolare del Vesuvio voluta dal finanziere Ernest Emmanuel Oblieght, ma nacque nella città bassa e fa riferimento ad un altro ingegnere, lo svizzero Emil Strub che progettò una ferrovia a scartamento di 1435 mm, con trazione a vapore, dotata di 7,5 km di rotaia a cremagliera, che consentisse un notevole risparmio di tempo per i viaggiatori che affrontassero la salita alla stazione inferiore della funicolare vesuviana che fino ad allora veniva effettuata con carrozze a cavalli, con un tempo di percorrenza di circa 4 ore.
L’opera ebbe notevole successo e la figura dell’ingegnere svizzero divenne nota anche tra i popolani della città bassa che lo ricordarono con l’espressione in esame sia pure con l’intento di sbeffeggiare i parolai.





