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domenica, 14 Agosto 2022

Profiling razziale come anticamera di odio e xenofobia

Un NO al profiling razziale ed un NO all’incitamento all’odio costituiranno quest’oggi il leitmotiv della Giornata Internazionale per l’eliminazione delle discriminazioni razziali. In un mondo sempre più in mutamento ed in movimento l’accertamento di razza, colore della pelle, nazionalità ed origine etnica posso realmente costituire la risposta alla richiesta di sicurezza da parte dei cittadini?

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Andrea Tarallo
Collaboratore XXI Secolo. Laureato in “Scienze Storiche” presso l’Università degli studi di Napoli “Federico II” con una tesi sulla storia politica e economica dell’Argentina tra XX e XXI secolo

“La discriminazione razziale e l’apartheid costituiscono una negazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali e pertanto arrecano un’offesa alla dignità umana”; con queste parole l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, riunita in sessione plenaria, con la risoluzione 2142 (XXI) del 26 ottobre 1966, istituiva l’International Day for the Elimination of Racial Discrimination. “La discriminazione razziale e l’apartheid, ovunque siano praticate, costituiscono un serio impedimento per lo sviluppo economico e sociale, oltre ad essere un ostacolo per la cooperazione internazionale e la pace” – recita più avanti il testo redatto dall’Assemblea.

Quella del 21 marzo non è una scelta casuale. In questo giorno, infatti, nel 1960 si è consumato il cosiddetto “massacro di Sharpeville”. Sharpeville è una township situata a mezza strada tra le città industriali di Vanderbijlpark e Vereeniging nel sud della provincia sudafricana del Gauteng. Essa deve il suo nome allo scozzese John Lillie Sharpe che – giunto in Sudafrica per occupare il posto di segretario della fabbrica di tubi d’acciaio Stewarts & LLyods – ne fu sindaco dal 1934 al 1937.

Qui il 21 marzo del 1960 la polizia aprì il fuoco su una folla di manifestanti provocando la morte di 69 persone ed il ferimento di almeno 180. I manifestanti erano stati chiamati a raccolta dall’ANC (African Nacioanl Congress) e dal PAC (Pan Africanist Congress) per protestare contro l’Urban Areas Act, che obbligava i cittadini neri ad esibire un lasciapassare per allontanarsi dalla loro zona di residenza. Quello di Sharpeville, primo massacro della storia del Sudafrica segregazionista, ha costituito un punto di svolta nella storia del Paese che da allora, di anno in anno, si è trovato ad essere sempre più isolato all’interno della comunità internazionale; almeno fino a quando un pezzo alla volta il sistema dell’apartheid è stato smantellato. Ma cos’è cambiato da allora nel mondo?

Soltanto l’anno scorso, il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, denunciava che non è stato fatto abbastanza. Ancora oggi, infatti, discriminazioni razziali ed etniche quotidianamente impediscono ogni sorta di progresso per milioni di persone nel mondo. Razzismo ed intolleranza sono “demoni” polimorfi, che possono pertanto assumere forme diverse; dal negare i principi più basilari dell’uguaglianza all’odio etnico che può poi condurre al genocidio. Il mix esplosivo di ristrettezze economiche ed opportunismo politico che si vive in molti paesi non stanno facendo altro che alimentare l’ostilità verso le minoranze. Da qui dunque il proliferare di partiti e campagne anti-rifugiati ed anti-immigrati.

Il dato più preoccupante è che a lasciarsi sedurre dagli echi delle pagine più cupe della storia del Novecento non sono più soltanto i partiti di destra o di estrema destra, ma anche quelli che un tempo venivano definiti centristi. Questi ultimi infatti, per non vedersi esclusi dall’agone politico, stanno anch’essi concedendo spazi nei propri programmi a toni e accenti xenofobi. Per questo motivo, a 57 anni dal “massacro di Sharpeville’’, la lotta al razzismo costituisce una priorità per la comunità internazionale e dovrebbe costituirla per ognuno di noi; perché in un’epoca tumultuosa come la nostra, dall’essere parte di una maggioranza all’essere parte di una minoranza, il passo è davvero breve!

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