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venerdì, 21 Gennaio 2022

Pallagrello nero, nettare dei Borbone di Napoli

Il Pallagrello nero riconoscimento presso la tavola dei Borbone con Re Nasone Ferdinando IV, senza cader nel dimenticatoio con i discendenti

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Domenico Papaccio
Laureato in lettere moderne presso l'Università degli studi di Napoli Federico II, parlante spagnolo e cultore di storia e arte. "Il giornalismo è il nostro oggi."

Il Pallagrello nero trova denominazione dalla voce dialettale “U Pallarell”, che fa riferimento alla forma sferica e minuta dei ricchi acini della sua vite, capaci di conquistare il palato e la gola dei sovrani di casa Borbone.

Se indubbiamente ha origini greche e diffusione anche nel mondo latino nell’accezione di “Pilleolata”, trova nell’area casertana, soprattutto a Casavecchia località di Piedimonte Matese, la terra profittevole all’autoctono vitigno.

La conquista sulle tavole dei Borbone arriva con Ferdinando IV.

Re “Nasone” colse il merito di quel rosso adatto alle carni pregiate per la cacciagione e lo preferì ai nettari dei vigneti vesuviani.

Ciò si evince proprio nell’usufrutto nell’adibita località di Monticello dell’impianto di 27-30 moggi per la viticoltura del Pallagrello, con divieto ai non addetti ai lavori.

Nei “Vigneti del Ventaglio”, infatti, la produzione di Pallagrello nero riuscì a spodestare la concorrenza dei vini francesi, al punto da esser battezzato come “Vino del re” fino alla successiva denominazione “Piedimonte rosso”.

Per averne un riscontro documentato, basti osservare le carte dei vini e i menù  dei ricevimenti reali dell’Ottocento borbonico pre-unitario, in cui si ritrova la voce Pallagrello sia  rosso che bianco servito durante i ricevimenti della casa reale.

Anche i successori, spesso accostando al rosso frizzante gragnanese oppure al Lacrimae Christy non lo disdegneranno.

Si rileva che il Pallagrello sia in auge sulle altre scelte delle cantine borboniche da un altro fattore, ovvero la selectio per donativi per ospiti anche illustri, come diplomatici di potenze straniere e per gli ambasciatori britannici residenti a Napoli.

Tale abbondanza è data da due punti, in primis la ricchezza in sé del vigneto, capace di estrarre numerosi quintali di uva, dall’altro lato il sapore dolciastro che fa da mediatore della sua proprietà acida.

La decadenza subita nel primo Novecento, cui massimo esempio è la confusione con l’Aglianico beneventano sarà sanata solo con gli studi enologici tra gli anni 80′ e 90′ che investiranno la viticoltura del Mezzogiorno campano.

Da ricordare, in ultimo, che alla bacca nera sopracitata, vige anche quella bianca, sintomatica per comprendere la vivacità del vitigno Pallagrello, quanto della bontà data dalla biodiversità.

 

 

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