O’ franfelliccaro: antico mestiere della Napoli che fu Napoli è una città ricca di storia, intrisa di magia anche nelle cose più semplici

Il franfelliccaro è uno degli antichi mestieri di Napoli, ritenuto tra i più rappresentativi, ormai totalmente scomparso, che regalava gioie e delizie, sopratutto ai più piccini.

Tale personaggio così amato dai bambini, era solito girare per le strade della Napoli di quel tempo vendendo dei dolcetti a base di sciroppo colorato di zucchero e miele, chiamati franfellicche.

Il nome di questi gustosi dolcetti deriverebbe dalla lingua francese, precisamente dalla parola “fanfreluche” che significa “fronzolo“.

Le delizie caramellate che attiravano bambini e golosi di ogni età venivano o preparare in casa e portate con un cesto dal franfelliccaro in giro per essere vendute o, cosa che si vedeva spesso, lo stesso, munito di un piccolo carrello con un fornello a carbone, sul quale adagiava una grande e maestosa pentola annerita dai fumi e dall’usura, preparava gli squisiti fronzoli colorati dinanzi agli occhi luccicanti e ai grandi sorrisi dei propri clienti.

Il procedimento consisteva nell’inserire gli ingredienti in questa grande pentola e una volta che il tutto fosse ben amalgamato, la pasta di zucchero veniva impastata e fatta appena raffreddare per essere poi appesa ad un gancio in modo da poterla stendere fino a divenire morbida ed elastica.

Il franfelliccaro, una volta svolto tutto il procedimento iniziale per la realizzazione delle franfellicche, procedeva al taglio e alla creazione di questi deliziosi bastoncini, di varie colorazione e gusti che venivano spesso mangiati ancora caldi.

Il mestiere del franfelliccaro, come quello delle sue deliziose creazioni è tema di molte opere come ad esempio quella del pittore Saverio Della Gattail franfelliccaro” che lo ritrasse in un’opera conservata ad oggi al Museo di San Martino o come nella poesia di Alfredo Gargiulo del 1928 ad esse dedicata e intitolata proprio ‘e franfellicche’:

Doje paparelle ‘e zucchero, 

tre o quatto sigarette ‘e ciucculata; 

nu perettiello chino d’acqua e ccèvoza,

cu dint’ ‘a ficusecca sceruppata.

Po’ ‘e franfellicche: al massimo,

nu trenta franfellicche ‘e ogni culore;

cierte so’ chine ‘e povere, 

cierte se so’ squagliate p’ ‘o calore.

Pure pare incredibile, 

io ce sto riflettenno ‘a ‘na semmana):

ncopp’ a nu bancariello e a ‘sti tre prùbbeche, 

ce campa, spisso, na famiglia sana …

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