Non si canta più dai balconi a Napoli e in tutta Italia Giorno 19 dal decreto Io resto a casa, l’Italia resta avvolta nel silenzio

Non si canta più dai balconi a Napoli e in tutta Italia. Giorno 19 dal decreto Io resto a casa, l’Italia resta avvolta nel silenzio.

Sull’onda delle emozioni, carichi di un ottimismo tutto italiano, nei primi giorni di questa quarantena i balconi di tutta Italia si erano riempiti di musica.

Dall’Inno di Italia ad Azzurro tutti uniti a cantare per darsi forza.

Non si canta più dai balconi dopo diciannove giorni. Il primo a manifestare pubblicamente quanto potesse apparire inadeguato cantare dai balconi in un momento così drammatico era stato Giuseppe Fiorello.

La fila di camion che lasciava Bergamo con a bordo i corpi delle vittime di questo nemico invisibile, aveva aperto a un silenzioso cordoglio più che alla speranza.

Se il post di Fiorello aveva fatto riflettere, il fenomeno era già andato a scemare a causa dei problemi correlati all’emergenza.

Nei vicoli di Napoli, la musica si è spenta, alcune persone hanno poco da cantare.

Si sentono dimenticate, non affetti dai sintomi dell’infezione da coronavirus, ma spaventati e in condizioni di povertà o quasi.

Il DPCM del 10 marzo tutela sì la salute pubblica, ma ha cancellato per molti la possibilità di mettere qualcosa in tavola.

La  musica sarà anche l’elogio del sogno, della felicità, la meraviglia, lo stupore davanti alle vicende lieti e tristi della vita, ma quando si ha paura e lo stomaco rischia di restare vuoto allora si ferma anche quello.

Questo, secondo alcuni, è il tempo della riflessione, silenziosa e personale.

Questo, per altri, è il tempo di agire concretamente per aiutare chi è in difficoltà, perché oltre alla malattia ci sono tanti nemici da combattere.

Non serve allora stringersi in un abbraccio canoro, per quello ci saranno tempi più lievi.

La musica si è fermata  e ha lasciato spazio alla concretezza. È napoletano in fondo il detto “A sai long a canzon ma nun a saj cantà”, per lasciar capire che servono fatti e non più parole.

Il momento richiede concretezza, non più a parole che ce la faremo, ma cosa stiamo facendo per farcela.

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