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domenica, 29 Gennaio 2023

«Non fate troppi pettegolezzi», l’addio di Pavese

Accadde oggi, 27 agosto 1950: lo scrittore Cesare Pavese, fresco vincitore del Premio Strega, si suicida con i barbiturici in una stanza dell’hotel Roma, a Torino.

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Andrea Tarallo
Collaboratore XXI Secolo. Laureato in “Scienze Storiche” presso l’Università degli studi di Napoli “Federico II” con una tesi sulla storia politica e economica dell’Argentina tra XX e XXI secolo

Da molti considerato come uno degli scrittori e “testimoni” più suggestivi del primo Novecento, Cesare Pavese nacque il 9 settembre del 1908 a Santo Stefano Belbo, un piccolo paese di agricoltori nelle Langhe. Qui il padre, cancelliere di tribunale a Torino, aveva un piccolo podere; quel podere dove Pavese trascorse le sue vacanze estive ed a cui era così tanto legato, al punto da mitizzarne il ricordo. Laureatosi con pieni voti a Torino con una tesi sulla poesia di Walt Whitman, insegna ogni tanto in qualche istituto medio statale, ma il fatto che egli non sia iscritto al partito fascista non lo aiuta a trovare una stabilità lavorativa come insegnante.

Nel 1933, abbandonato l’insegnamento, inizia a lavorare – assieme a Carlo Levi, Elio Vittorini, Leone Ginzburg, Alberto Carocci, Altiero Spinelli ed altri – alla casa editrice Einaudi. Soltanto due anni dopo però, nel 1935, viene arrestato con l’accusa di essere coinvolto in attività antifasciste (riceve al proprio indirizzo lettere politicamente compromettenti indirizzate ad una militante del partito comunista clandestino con la quale ha avviato una relazione amorosa) e condannato al confino.

Durante gli anni del confino, le sue inquietudini cominciano ad accentuarsi. L’aver poi scoperto, al momento del ritorno a Torino, che la donna a cui era sentimentalmente legato ed a causa della quale era stato arrestato, nel frattempo s’era rifatta una vita convolando a nozze, lo spingerà ad un passo dal suicidio. Apparentemente però pare trovare conforto nella scrittura; tanto che tra il 1936 ed il 1941 pubblica, Lavorare stanca e Paesi tuoi. Dopo la caduta del fascismo si rifugia con la famiglia della sorella in un paesino del Monferrato; tutto quello che c’è da sapere sul suo stato d’animo lo si trova in La casa in collina. Solitudine, eterna lotta tra il desiderio e l’incapacità di legarsi ad altri, introspezione: la fanno da padrona.

Nel 1947, con Il compagno, vince il Premio Strega; e si inizia a parlare di lui come autore impegnato. La definitiva consacrazione arriverà tre anni dopo, il 24 giugno del 1950, con la vittoria di un secondo Premio Strega per il romanzo La bella estate. A quella data però, Pavese appare già in preda ad una depressione senza fine. Screzi con alcuni compagni di militanza politica ed un ennesimo amore non ricambiato, lo avevano spinto sull’orlo del baratro. L’anno prima, nel 1949, aveva infatti conosciuto a Roma, in casa di amici, Constance Dowling, sorella di Doris Dowling che aveva recitato in Riso amaro di Giuseppe De Santis. A Constance, egli dedicherà sia il romanzo La luna e i falò, sia i versi di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.

La partenza alla volta di Hollywood di Constance, lo lascerà a tal punto orbato che il 27 agosto del 1950, a soli due mesi di distanza dalla vittoria del Premio Strega, si toglierà la vita in una stanza dell’hotel Roma a Torino, ingerendo una massiccia dose di barbiturici. Sul frontespizio di uno dei suoi scritti preferiti, Dialoghi con Leucò, lascia il suo ultimo messaggio: «Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi». Qualche giorno dopo, si svolsero i funerali civili – poiché morto suicida e perché ateo – di quell’uomo che, come i protagonisti dei suoi racconti ha sofferto per tutta la vita di un continuo ed inappagato bisogno d’amore.

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