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giovedì, 6 Ottobre 2022

Napoli rapita dalla Collezione “Amerindia”

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Andrea Tarallo
Collaboratore XXI Secolo. Laureato in “Scienze Storiche” presso l’Università degli studi di Napoli “Federico II” con una tesi sulla storia politica e economica dell’Argentina tra XX e XXI secolo

Il Consolato Generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli ieri è tornato ad aprire le sue porte alla cittadinanza in occasione della mostra d’arte “Amerindia”. Il nome scelto per l’evento – che riprende quello dell’omonima collezione, proprietà del Consolato, e che consta di più di 70 opere tra quadri, sculture ed opere grafiche – vuole rendere omaggio alla fusione tra l’anima india delle popolazioni latinoamericane e l’anima europea, che contribuirono alla creazione di ciò che è nel presente la nazione venezuelana.

Come apprendiamo dalla lettura dell’articolo “La cultura è nel popolo. Chávez e la Rivoluzione culturale” a firma del Console aggiunto del Consolato Generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli, Marnoglia Hernández Groeneveledt, uscito sul numero speciale di “Amerindia” (pubblicazione del Consolato ndr) nel marzo del 2014 e dedicato a Hugo Chávez, solo nel 2005 nel Paese latinoamericano è stato istituito il Ministero della Cultura. Prima tutto ciò che riguardava l’arte e la cultura era appannaggio esclusivo delle persone più che benestanti; insomma, un privilegio per pochi. È stato solo con l’arrivo de El Arañero de Sabaneta alla Presidenza della Repubblica che il settore culturale ha guadagnato un peso specifico nei piani di governo, con la creazione di numerosi enti e il varo di altrettanti programmi per la salvaguardia del patrimonio storico, letterario, folklorico e musicale del Venezuela.

“Quella di Hugo Chávez è una vera e propria rivoluzione culturale. Ha ricordato a un popolo intero le sue origini, la sua storia di lotta patriottica; ha seminato l’amore per le tradizioni, per sottrarre il Paese alla passività della transculturalizzazione che ci ha segnato per oltre 500 anni. Attraverso il recupero dei propri spazi culturali si è raggiunto lo straordinario risultato di recuperare anche l’autostima e l’identità di un popolo, proiettando questa rivalorizzazione oltre il Venezuela e verso tutto il continente latinoamericano”.

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Un momento del tour per le sale del Consolato venezuelano in occasione della Mostra “Amerindia”

La collezione d’arte contemporanea “Amerindia” è nata per iniziativa dell’Ambasciatrice Consuelo Nouel Gómez – che svolse mansioni di Console Generale a Napoli dal 1993 al 1996 – grazie all’appoggio di due personalità d’eccezione, gli artisti Aitor Romano e José Bravo, curatori e rappresentanti della Fondazione Francisco de Elortegui Fundazio della città di Maracaibo, la quale diede in dono le prime opere. Nel corso degli anni, grazie anche all’ulteriore sostegno dato a questa iniziativa dal Console Generale dal 1996 al 2000, Dottor Gilberto Alcalà, coadiuvato dal professor Efrain Subero dell’Accademia Venezuelana della Lingua e Membro corrispondente Ispanoamericano della Reale Accademia Spagnola, la collezione ha visto incrementarsi notevolmente il numero delle proprie opere grazie alle donazioni fatte da importanti artisti venezuelani ed europei; tra cui: Orlando Campos, Arnoldo Díaz, Adriana Calcinés, Luisa Palma, Félix Policastro, Teresa Jaramillo, Arnaldo Monges, Antonella Pagnotta e Gregorio Boscán.

Ospite d’onore di “Amerindia” 2015, fortemente voluto dal Console Generale Amarilis Gutiérrez Graffe, è stato il pluripremiato artista italo-venezuelano, Nicolás Vangi, conosciuto anche come ‘il pittore terapeutico’; a cui noi del “XXI Secolo” abbiamo fatto una piccola intervista:

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Console Generale Amarilis Gutiérrez Graffe con il pittore italo-venezuelano Nicolás Vangi

Quando ha avvertito per la prima volta il richiamo dell’arte?

Posso affermare che fin da bambino ho avvertito il richiamo dell’arte. Una vera e propria passione che dopo gli studi di Arte e Disegno presso la Scuola di Arte Applicata di Torino, ha fatto di me un pubblicitario.

Quando invece ha iniziato a dipingere?

Ho iniziato a dipingere dopo aver perso il lavoro. Io soffro di epilessia; una qualcosa di altamente invalidante.

Ci può parlare un po’ del Suo percorso artistico di pittore? E ci dica, come è arrivato a guadagnarsi l’appellativo di ‘pittore terapeutico’?

Il mio percorso artistico di pittore è iniziato per l’appunto dopo aver perso il lavoro 6-7 anni fa; ma questo più che altro è stato un fattore eterno. Forse sarebbe più corretto dire che il mio percorso artistico di pittore è iniziato quando mi sono reso conto che tutti i medicinali che ero costretto a prendere a causa dell’epilessia mi stavano inesorabilmente distruggendo, e che quindi dovevo fare qualcosa per preservare la mia salute. Per prima cosa ho cambiato la mia alimentazione. Ho iniziato a seguire un regime dietetico specifico. Poi ho deciso di affidarmi alla medicina alternativa: meditazione e terapia dell’arte. Devo dire che non potevo fare scelta migliore: sono letteralmente rinato. Già solo dopo due mesi che avevo iniziato questa particolare cura sperimentale ho potuto ridurre il dosaggio dei farmaci. Il mio percorso artistico coincide con quello del passaggio da paziente a medico. Ho lavorato come professore nel programma di Arte e Terapia per la “Epilepsy Fundation of Florida” denominato “Studio E”; mettendo al servizio di tutti i pazienti che venivano da noi, la mia esperienza personale sul campo. Ecco quindi da dove nasce l’appellativo di ‘pittore terapeutico’.

In cosa consiste questo programma della “Epilepsy Fundation of Florida” denominato “Studio E”?

Questo particolare programma consiste nel dare un aiuto concreto alle persone affette da epilessia; talvolta bambini che a causa della violenza e della frequenza delle crisi epilettiche non sono mai andati a scuola. I medicinali con cui ci imbottiscono servono solo a tamponare e arginare il male; noi invece puntiamo a farlo regredire. L’effetto combinato dell’arte e della meditazione, può fare davvero moltissimo. Per prima cosa proviamo ad insegnare a non maledire il dolore e la malattia; fa parte di noi e dobbiamo accettarlo. Che senso ha maledirle in continuazione? A cosa ci porta? In fondo maledire il dolore e la malattia che fa parte di noi, è un po’ come maledire noi stessi. Quindi prima impariamo ad accettarci per come siamo e prima potremmo dire di aver fatto il primo passo per far regredire l’epilessia. Il secondo passo è quello di prendere coscienza che ognuno di noi deve amare il proprio corpo e la luce che in esso è racchiusa. In ognuno di noi c’è una scintilla divina. L’arte è di grande aiuto per svilupparla ed esprimerla. Pertanto noi proviamo subito a creare un primo contatto tra il paziente e la tela. Non ha assolutamente nessuna importanza se si è a digiuno di pittura. L’arte non è soltanto tecnica. L’obiettivo per ogni paziente è arrivare a lasciare grazie ai colori qualcosa di sé sulla tela. È questo che fanno gli artisti. Non ha importanza se i colori vengono stesi con il pennello, con le mani o con i piedi. L’unica cosa importante è che tutti riescano a far emergere la luce che hanno dentro.

Ormai Lei dopo aver esposto le proprie opere in giro per l’America e l’Europa, può dirsi a tutti gli effetti un artista. Ma c’è un’opera dalla quale non si separerebbe mai?

Certo! Ogni artista ne ha una o più di una. La mia opera da cui non mi separerei mai, sta a casa di mia madre a Corato. Ho voluto che la tenesse lei. Poi il resto delle mie opere, originali e copie, servono per finanziare la fondazione. La ricerca e la lotta contro l’epilessia possono e devono fare ancora tanto per i pazienti.

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