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NAPOLI OTTOCENTO al Quirinale. Tanta luce e qualche ombra

NAPOLI OTTOCENTO al Quirinale. Tanta luce e qualche ombra.

Nella suggestiva location delle Scuderie del Quirinale, da tempo sede prestigiosa delle più importanti mostre romane, è in corso ed è visitabile fino al 16 Giugno 2024 (salvo proroghe dell’ultima ora, peraltro possibili e comunque auspicabili dato il grande successo che sta ottenendo) la mostra NAPOLI OTTOCENTO che espone 250 opere provenienti da collezioni pubbliche e private. La mostra è un omaggio doveroso a un secolo ed a una scuola artistica stranamente misconosciuti al grande pubblico, cosa niente affatto sorprendente considerando il campanilismo dei maggiori critici d’arte, prevalentemente settentrionali.

Qualcuno forse ricorderà la mostra  sulla Civiltà dell’Ottocento nel 1998, che seguiva le grandi mostre sulla Civiltà del Seicento e ancora del Settecento, molto dispersiva sia perché frazionata  in tre sedi assai distanti tra loro (Palazzo Reale e Reggia di Capodimonte a Napoli e ancora Reggia di Caserta) sia perché omnicomprensiva di tutte le arti, maggiori e minori, per cui alla fine  il senso della mostra  si disperdeva in troppi rivoli. Quella in corso a Roma, oltre al pregio di essere situata in un’unica sede, tra l’altro ideale perché minimalista  e priva di opere distraenti , adatta quindi a far risaltare la bellezza dei dipinti e delle sculture ospitate, sottrae finalmente l’arte  del capoluogo partenopeo al limbo in cui molti studiosi l’hanno finora collocata. L’Ottocento a Napoli è ancora oggi un secolo poco conosciuto e tutto da scoprire. La mostra prova a colmare questa lacuna dando un’idea  della produzione artistica di questo secolo  grazie ad un viaggio immaginario  tra le visioni dei viaggi reali di grandi pittori e scultori ispirati e ammaliati dalla sirena Partenope. Tra gli stranieri venuti in città  nomi noti e meno noti: Ludwig Catel, William Turner, Thomas Jones, John Singer Sargent, lo spagnolo Mariano Fortuny e il francese Edgar Degas; tra i napoletani (di nascita e di adozione)  molti esponenti della scuola di Posillipo (Antonio Pitloo, Giacinto Gigante, Gonsalvo Carelli, Teodoro Dùclere) nonché della scuola di Portici e Resina ( Giuseppe De Nittis). E poi  i fratelli Palizzi, Domenico Morelli, oltre agli scultori Vincenzo Gemito,Filippo Cifariello, Giuseppe Renda, Achille d’Orsi.

Napoli nel XIX secolo fu  anche un’importante metropoli scientifica e filosofica, e primeggiava  in vari settori. Già sede di una fra le più antiche università italiane, a questo primato se ne aggiunsero altri: primo Istituto Orientale di lingua, primo Museo di Mineralogia, prima Ferrovia Italiana, primo Osservatorio di Vulcanologia, primo Osservatorio Astronomico.

Appena entrato il visitatore viene accolto dalle prime opere dal fortissimo impatto visivo, sottolineato dalla sapiente scenografia, fatta da ombre attraversate da fasci di luce: un inizio  col botto, la serie delle eruzioni del Vesuvio viste da diverse angolazioni.

E poi addentrandosi nelle sale successive, grazie ad artisti provenienti da tutta Europa e dagli Stati Uniti, arrivati a Napoli per contemplare e dipingerne l’incanto, ammiriamo Pompei ed Ercolano, il Golfo, le isole di Capri, Ischia e Procida, le costiere  amalfitana e sorrentina.

Un lungo itinerario che attraversa non solo luoghi diversi, ma anche le principali tendenze artistiche che caratterizzarono l’Ottocento: dal naturalismo al vedutismo, dal neoclassicismo al neopompeanismo, dal romanticismo  allo storicismo.L’ultima sala accoglie infine alcune potenti e materiche opere di Antonio Mancini per concludere poi il percorso espositivo con Emblema,Burri e Fontana.

NAPOLI OTTOCENTO al Quirinale. Tanta luce e qualche ombra

Tuttavia prima di uscire, soddisfatti per non dire estasiati, riflettendo a un certo punto  ci siamo chiesti: ma dov’è Napoli città, coi suoi fondaci, i suoi supportici, le sue cupe, i suoi vicoli bui, il suo intricato reticolo di viuzze e stradine, le piazze affollate, i mercati, i popolani, i mestieri di strada, insomma la sua vita brulicante, il suo folklore? E le sue colline ancora verdeggianti, Capodimonte, il Vomero, i Camaldoli, Posillipo, coi loro piccoli borghi, i contadini, le lavandaie, gli animali da cortile, le strade polverose, gli scorci panoramici?

Dove sono i napoletani,nobili e borghesi,gentildonne e popolane? E ancora, dov’è la Napoli della Belle Epoque,la città che ebbe fervidi ed intensi scambi culturali ed artistici con Parigi?

La risposta è semplice:questa Napoli non c’è. Non la troverete in questa mostra curata per il resto impeccabilmente da Sylvain Bellenger, ormai ex Direttore del Museo di Capodimonte.Forse perché lui, normanno di nascita e vissuto molti anni a Chicago, questa Napoli di una volta proprio non la conosce. E non la conosce perché non conosce, come molti del resto, i pittori che l’hanno rappresentata.

Migliaro, Pratella, Casciaro, Caprile, Irolli, Postiglione, Brancaccio, Dalbono, Ragione, Scoppetta, De Lisio, solo per citarne alcuni.

Sarebbe stata una mostra più completa se avesse ospitato almeno alcuni tra i molti  artisti che  hanno  dipinto la Napoli autentica,una città in fermento continuo  che già iniziava a trasformarsi, artisti che hanno raffigurato  i suoi abitanti  oltre un facile macchiettismo,non  limitandosi  agli usi e ai costumi dell’epoca, ma anche facendo risaltare le caratteristiche dello spirito partenopeo,artisti ai cui pennelli dobbiamo riconoscenza perchè ci hanno lasciato preziose testimonianze di luoghi oggi irriconoscibili e tradizioni ormai scomparse .

Avrebbe avuto molto più senso esporre almeno qualche loro opera piuttosto che quelle di chi ,come il grande Mancini, con Napoli ebbero flebili scambi artistici,o di chi come  Burri e Fontana  non li hanno mai avuti.Ma questi sono nomi altisonanti che attraggono un pubblico numeroso, forse per questo sono presenti nella mostra.

E tuttavia è solo questione di tempi e di mode, perché statene certi che anche l’arte ottocentesca più autenticamente partenopea ed i suoi interpreti più significativi avranno il loro  giusto e meritato riconoscimento e il loro posto adeguato nella storia dell’arte italiana ed europea.