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martedì, 19 Ottobre 2021

Le nanoparticelle curano l’alzheimer

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Le nanoparticelle trovano un’applicazione per la cura dell’alzheimer e il risultato sensazionale di tale studio è di marca squisitamente italiana: ad occuparsi di tale ricerca sono stati gli studiosi dell’Università di Milano Bicocca, con la collaborazione dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, e l’Università finlandese di Turku.

Tali nanoparticelle, chiamate “spazzino”, sono in grado di rimuovere le placche che cagionano l’alzheimer, situate proprio nel cervello. Queste particelle minuscole, il cui nome scientifico è amiposomi, rientrano nel progetto di ricerca europeo NAD, a cui sono stati destinati circa 14 milioni di euro: tecnicamente le nanoparticelle in questione sono in grado di eliminare le placche di proteina beta-amiloide dal cervello in un tempo record, soltanto in tre settimane. Lo smaltimento si completa mediante il circolo, a carico del fegato e della milza: siamo di fronte non alla soluzione definitiva di questo morbo micidiale, ma senz’altro sarà possibile con l’applicazione degli amiposomi frenare l’evoluzione della patologia, e migliorare pertanto le condizioni dei pazienti affetti da essa.

Addirittura si potrà intervenire all’insorgere della malattia, grazie  a una diagnosi precoce e quindi consentire all’ammalato di condurre una vita normale, rallentando vistosamente lo sviluppo del morbo stesso. Massimo Masserini, professore ordinario di biochimica all’Università Milano Bicocca e responsabile-coordinatore del progetto NAD, afferma che la terapia mediante amiposomi non può avvenire tramite farmaci convenzionali, trattandosi di particelle di un miliardesimo di metro, non disperando di perfezionare la ricerca per rendere più dignitosa la vita di tali pazienti.

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