Meta inquina l’acqua di una città USA, questa è l’accusa mossa al colosso dei social. Cheyenne, Wyoming, doveva nascere uno dei templi dell’intelligenza artificiale: un campus di data center di Meta grande quasi 800.000 metri quadrati. È nato invece un piccolo giallo scientifico. Durante i test di routine di febbraio, gli acquedotti cittadini hanno scoperto nelle acque reflue un batterio raro e resistente ai metalli, il Cupriavidus gilardii, che ha mandato in tilt due impianti di riciclo idrico per mesi. Nessuno sapeva chi fosse il colpevole, finché le indagini non hanno bussato alla porta di Goat Systems LLC, la società che Meta usa per costruire il suo campus.
Meta inquina l’acqua di una città USA
Meta, va detto, ha reagito con la consueta prontezza dei giganti tech quando c’è da limitare i danni reputazionali: il contraente ha smesso di scaricare acqua e ha iniziato a trasportarla altrove, mentre test “indipendenti” commissionati dall’azienda stessa non hanno trovato traccia del batterio. Peccato che gli impianti pubblici lo avessero già trovato, e che per colpa sua fossero rimasti fuori uso per mesi. Un consigliere comunale ha ammesso candidamente che la notizia è stata una sorpresa decisamente sgradita. Difficile dargli torto: scoprire che il vicino di casa scarica batteri esotici nell’acqua dei parchi non è esattamente il benvenuto che ci si aspetta da un investimento da miliardi di dollari.
Il prezzo del progresso
Cheyenne ha ora vietato a tutti i data center cittadini di scaricare acqua di lavaggio senza autorizzazioni speciali, e Meta ha perso definitivamente i suoi permessi. Il batterio, per fortuna, non ha ancora contagiato nessuno in città, ma resta un simbolo perfetto dei tempi: mentre l’intelligenza artificiale promette di rivoluzionare il mondo, i suoi impianti fisici continuano a inciampare sui dettagli più terreni, come non sversare microrganismi sconosciuti nell’acqua che innaffia i prati pubblici. Il futuro sarà splendente, ma stiamo attenti a l’acqua che usiamo per farlo luccicare





