11.1 C
Napoli
venerdì, 3 Febbraio 2023

Meningi forate dopo un volo: singolare disavventura per un medico

Da non perdere

Meningi forate dopo un volo aereo. Questa la terribile conseguenza di una turbolenza sul volo da Treviso a Lamezia Terme accaduta ad un medico 39enne Ugo Grossi.

Tre giorni dopo sono l’accaduto sono cominciati i primi sintomi. Un mal di testa insopportabile quando Ugo Grassi era in piedi per poi sparire quando si coricava.

L’uomo in servizio nella Seconda Chirurgia dell’ospedale di Treviso, si rivolge a uno specialista in neurologia. Da qui è emersa la diagnosi di ipotensione intracranica spontanea, un problema raro che colpisce in media una persona su 20mila all’anno.

Meningi forate, necessario ricovero in ospedale

Il medico è stato ricoverato all’ospedale Ca’ Foncello, proprio nel suo reparto,  per un mese di riposo assoluto. Durante il periodo ha realizzato un lavoro pubblicato sulla più importante rivista europea di neurologia: European Journal of Neurology.

«Il problema è emerso qualche mese fa. Ho avuto una rara condizione, nota come ipotensione intracranica spontanea, causata dalla formazione di un “forellino” nelle meningi che provoca la fuoriuscita di liquor, il fluido che protegge il cervello e il midollo spinale» racconta il diretto interessato.

«Forti sospetti -prosegue- è che a causare tutto ciò possa essere stato il volo per la Calabria durante il quale ho avuto un trauma sussultorio da turbolenza con il collo reclinato verso il mio bambino, che mi sedeva accanto».

Non è stato necessario l’intervento chirurgico

La fuoriuscita di liquor dalle meningi ha scatenato la particolare cefalea, detta ortostatica. «La tempestività della diagnosi effettuata dal neurologo Simone Tonello è stata fondamentale per consentirmi di iniziare subito la terapia più adeguata con abbondante idratazione, cortisone e caffeina» sottolinea Grossi.

In precedenza non esistevano troppi studi che comprendessero anche i casi meno gravi. Una revisione pubblicata sulla rivista Jama Neurology sottolineava che meno del 30% dei pazienti guarivano con la sola terapia conservativa, non invasiva. Cioè proprio quella seguita dal chirurgo.

«La cosa mi ha spinto ad approfondire l’argomento, soprattutto dopo essermi reso conto che il sacrificio di mantenere un religioso riposo per quattro settimane veniva ripagato da una graduale ripresa, fino alla completa scomparsa dei sintomi – tira le fila il medico 39enne – ho approfittato del riposo per descrivere il mio caso, con l’aiuto del neurologo e della neuroradiologa Elena Trincia, inviandolo alla rivista di neurologia».

Grossi ha definitivamente superato il problema. Ed è tornato già da tempo in pieno servizio in sala operatoria.

«Ora sono doppiamente contento – conclude – per essere guarito e per aver potuto descrivere il mio caso in modo da lanciare il messaggio a pazienti con la mia stessa condizione che la terapia conservativa può funzionare».

image_pdfimage_print

Ultimi articoli