Presto la vedrete come Monica in Minerva – La Scuola, la nuova serie Netflix ispirata al mondo della Nunziatella. Ma dietro quel personaggio forte c’è Martina Gambardella, attrice che nella recitazione cerca un modo per entrare nella realtà degli altri e comprendere meglio la propria. Martina vuole essere e fare tante cose: creare, raccontarsi e lasciare un segno, ma ha la paura di aprire le sue porte al mondo. In questa intervista per XXI Secolo, almeno un po’, ci è riuscita.
Partiamo da Minerva – La Scuola, la serie Netflix che sta per arrivare. Sei pronta?
Si sono pronta. Verrà presentata al Giffoni Film Festival il 21 luglio in anteprima e sono molto emozionata. Io interpreto Monica, un personaggio che, secondo me, il pubblico guarderà in maniera un po’ divisoria. È molto forte, precisa, sa il fatto suo. Farà sicuramente delle cose buone, però è anche una di quei personaggi che, nell’arco del percorso, verrà sicuramente giudicata. Quando ho letto Monica, ho capito subito che era un personaggio che volevo interpretare.
Mi piace l’idea di affrontare qualcosa di cui so poco, o quasi nulla. Infatti, la serie è ispirata al mondo della Nunziatella e noi abbiamo fatto un lavoro lunghissimo: siamo stati sette mesi sul set e abbiamo dovuto imparare molte cose dell’ambito militare. Ora so come si svegliano la mattina, qual è la loro alimentazione, come si allenano, quali sono le sfide che affrontano quotidianamente. Ho persino imparato a sparare al poligono ed è stato molto bello. Ti fa capire che dall’esterno si può pensare: “Che bello”, ma poi quando lo vivi dall’interno, capisci che è un lavoraccio, perché ci vogliono perseveranza, disciplina e forza.
Con il regista, Ivan Silvestrini, mi sono trovata benissimo. Lui si muove molto sul set, è sempre in giro, parla continuamente con gli attori. Io gli lessi il diario del mio personaggio e gli ho proposto molte cose che lui ha accolto. Ivan voleva anche imparare da noi ragazzi. E quando una cosa non andava, la diceva. C’era una scena che non sentivo addosso al personaggio. E lui mi ha detto: “Guarda che tu dici di no, ma questa cosa funziona in camera. Vieni a vedere”. Ed è stato importantissimo, perché mi ha fatto capire ancora una volta quanto conti il punto di vista dell’altro. Mi viene in mente Il Fu Mattia Pascal: il fatto che lui si interroghi sulla propria identità anche attraverso gli altri, attraverso i diversi punti di vista.
Quando hai iniziato a pensare che quella dell’attrice sarebbe potuta essere la tua strada?
Io ho fatto nove anni di danza. Sono stata messa sul palco praticamente appena ho iniziato a camminare. Ho fatto danza classica, moderna, contemporanea, un po’ di tutto. Ero diventata molto schematica, perché la danza ti dà una disciplina enorme. Poi ho lasciato. Venne a mancare mio nonno e, per tutta la mia famiglia, non è stata una cosa facile da affrontare. Io sono una persona molto profonda, alcune cose mi entrano dentro. In quel periodo mi venne una forte alopecia e quindi decisi di lasciare. Ricordo ancora l’ultimo saggio: mia madre mi metteva la lacca sui capelli per cercare di nascondere i buchetti che avevo in testa.
Dopo 2 anni di stop, ho capito che il palco mi mancava. Però la danza mi ricordava troppe cose: mi piaceva, mi sentivo libera, ma non mi appartenevano più quelle vesti. Così, a 15 anni, ho iniziato una scuola di teatro. Mi sapevo muovere, il linguaggio del corpo già c’era, e anche la voce. Però mi sentivo un po’ inadeguata all’inizio. Era una cosa nuova, un blocco da affrontare, e, infatti, l’ho affrontato.
Quando recitavo, uscivo da una realtà ed entravo in un’altra. Uscivo da un personaggio ed entravo in un altro. E, attraverso quelle tante piccole realtà, poi stavo meglio con la mia. Perché pensavo: esistono tante vite, tante difficoltà, tante realtà anche peggiori della mia. Ecco, attraverso i vari volti dei personaggi mi sono detta: questo è quello che voglio fare. Voglio essere tutto. Voglio essere la spazzina, l’imprenditrice, la casalinga, la madre, l’infermiera. È attraverso i personaggi e le loro realtà che io poi mi sono scoperta.
Che cosa ti dà la recitazione, al di là del lavoro?
La recitazione permette di darti emozioni e di dare emozioni, qualsiasi esse siano. E poi ti permette di conoscerti attraverso l’altro. Entrando davvero in un personaggio e studiandolo a fondo, riesci a dare spazio a emozioni che nella vita quotidiana restano più difficili da esprimere: può farti piangere quando da solo non riesci a farlo, oppure restituirti una risata che non ti viene più spontanea.
È vita nella menzogna, perché stai recitando, ma in quella menzogna secondo me c’è più verità della verità quotidiana. Di finto può esserci la trama, il nome del personaggio, il contesto. Ma tutte le emozioni devono essere vere, reali, autentiche. Non puoi fingere un sentimento.
Hai già lavorato a personaggi complessi, come con Jessica ne Il Patriarca 2 di Claudio Amendola?
Jessica è un personaggio attraverso cui abbiamo affrontato la tossicodipendenza. Io ho fatto uno studio su cosa possa portare alcune persone ad affrontare quel tipo di problema. Ricordo una scena, con Neva Leoni, dove il mio personaggio doveva avere una reazione forte, così ad un certo punto ho dato un cazzotto a un armadio dietro di me. Sentivo che Jessica, in quel momento, doveva reagire così. All’interno mi sentivo che quella era la reazione giusta, all’esterno, mi giudicavo e dicevo: “Forse ho osato troppo”. Ma Claudio Amendola l’ha presa molto bene. A fine set fece anche un discorso dicendo che ero stata una bella scelta e si era trovato bene a lavorare con me. È stato un orgoglio enorme. Lavorare con Claudio è stato un viaggio bellissimo. Lui è verace, schietto, romano. Lavorava molto in gruppo e ascoltava davvero. È una cosa che mi ha colpito, perché mi ha lasciata libera.

Prima de Il Patriarca c’era stata Sara – La donna nell’ombra. Che ricordo hai di quel set?
Sara – La donna nell’ombra, diretta da Carmine Elia, è stata la mia prima serie. Lì ho interpretato un personaggio molto diverso da me e ho avuto un bel riscontro. Mi sono trovata benissimo. Ero affiancata da Claudia Gerini, Teresa Saponangelo, Flavio Furno. Flavio è stato gentilissimo e divertente con me. Però ero piccola, dovevo ancora diplomarmi e sentivo tanta pressione. A un certo punto ho avuto un calo. Carmine era lì e mi disse: “Non ti devi sentire piccola perché sei in mezzo ai grandi. Sei arrivata tu a stare tra i grandi”. E per “grandi” non intendo solo l’età, ma i grandi nomi. Quella frase mi è rimasta tantissimo.
Cosa fa Martina quando non recita?
Questo settore è fatto di pause e, quando ci sono io, mi dedico molto alla scrittura e alla fotografia. Sempre funzionali al mondo del cinema. La scrittura mi dà aria. Dopo Minerva – La Scuola, ho deciso di prendermi tempo e lavorare al mio libro e concludere la mia sceneggiatura per cui ho impiegato due anni. Ci vuole tempo per fare le cose. Io non sopporto l’idea di utilizzare l’intelligenza artificiale per scrivere. La posso usare per le ricette, perché sono un’imbranata in cucina, ma per la scrittura no. Una sceneggiatura, un libro, un film richiedono tempo, presenza, vita. Sto cercando di sperimentare in questo grande ambito con la scrittura, ma io ho un ego vigliacco.
“Ego vigliacco”, perché?
Per poter scrivere io sento di avere la forza, lo studio, la potenza per poter fare qualcosa. Di dire la mia e far provare emozioni. Però allo stesso tempo ho paura. Mi sento un po’ come una formica. Nel mio formicaio mi conosco: so le stanze, so come muovermi. Ma ho paura di far entrare qualcuno. Ho paura di mettermi a nudo. Il mondo, a volte, è fragile e cattivo. E io ho paura di dare troppo, di mostrarmi troppo.
Quindi il mondo dell’arte è una presenza viva nella tua vita, anche fuori dalla recitazione…
Tantissimo. Ho una collezione di fumetti, libri di poesia, classici, libri d’arte. Amo Italo Svevo, amo Magritte e Salvador Dalí. Dalí ha lavorato anche con Hitchcock. Da piccolissima dipingevo molto. Il mio sogno era diventare tatuatrice. Disegnavo anche con mio padre. Poi crescendo ho iniziato a fare quadri più artistici, tra espressionismo e surrealismo.
E forse anche per questo, crescendo, ho iniziato ad avere bisogno dei miei angoli. Prima avevo una cameretta ch’era un caos, mia madre mi urlava sempre di sistemare. Oggi, da quando vivo da sola, ho capito quanto siano importanti la cura della casa, l’ordine, gli oggetti e le cose che scegli di tenere intorno a te.
Vivi da sola da molto giovane. Cosa ti ha insegnato?
In realtà io dico sempre che non vivo completamente da sola, perché vivo con Frida, il mio cane. Lei è la mia ombra buona, la mia più sincera amica. Mi è stata regalata per la comunione e siamo cresciute insieme. Quando devo sfogarmi, la metto sul divano e ci parlo. Però sì, già dai vent’anni vivevo da sola. Non sapevo cucinare, non sapevo lavare, non sapevo fare quasi niente in casa. Però sono diventata super ordinata, quasi maniacale. E mi sono resa conto di quanto sia importante la cura della casa.
Prima mia madre era in casa, io la aiutavo per quello che potevo, ma faceva tutto lei. Io mi dedicavo alle mie cose, uscivo, lavoravo. Oggi mi rendo conto di quanto non abbia apprezzato abbastanza quella fatica. Ora la ringrazio tantissimo. E penso che il lavoro di cura della casa venga sottovalutato.
Mi sembri molto riflessiva. Da dove arriva questa lucidità?
Io vivo molti momenti di solitudine, ma sono solitudini riflessive. Mi interrogo su tutto. Forse per questo riesco a rispondere con una certa sicurezza, ma non penso di essere arrivata a una maturità definitiva. Quella, forse, arriverà solo quando sarò una vecchia saggia.
Però so abbastanza bene cosa mi piace, cosa mi fa stare bene, il quadro generale che voglio avere davanti. Poi domani tutto può cambiare, ma almeno oggi la tela sotto è salda. E credo che in questo la terapia sia stata importantissima. La conoscenza di sé, parlare con un’altra persona, prendersi quel tempo per sé stessi. A volte la gente dice: “Perché devo pagare qualcuno per ascoltarmi?”. Ma non è così. Anche parlare e basta, in certi momenti, può fare bene.
Non dobbiamo essere scarafaggi. Dobbiamo essere anime pulsanti, che si sentono, si percepiscono. Altrimenti non riusciamo a connetterci a tutto quello che abbiamo intorno.
C’è stato un momento in cui hai sentito di trattenere troppo?
Sì. Prima ero una spugna: accumulavo tutto. Le cose degli altri, le responsabilità, il lavoro, la scuola, la famiglia. Non parlavo. Poi tornavo a casa ed ero stanca, perché per me stessa rimaneva pochissimo. Mi sono rivista molto ne La metamorfosi di Kafka: mi sentivo uno scarafaggio, un mostriciattolo. Esistevo per gli altri e quando rientravo a casa ero completamente affaticata.
Attraverso la terapia sono diventata una persona più calma, meno impulsiva, più ragionevole con me stessa. La frase che sento più mia è: “Parlati con la dolcezza di un bambino e consigliati con la saggezza di un vecchio”.
Che rapporto hai con la famiglia?
Con mio padre ho un legame fortissimo. Lui è il mio confidente, il mio amico, mio fratello, il mio mentore. Io lo chiamo il mio cavalletto a lira: hai presente quel cavalletto che serve a mantenere stabile una tela? Ecco, lui è quello.
Mio padre è molto pratico. Se devi stare due ore a piangere in macchina con la musica, lo fai. Però poi ti dice: “Vai, fallo”. Non mi ha mai detto di no. All’inizio era spaventato dal mondo artistico e ci siamo anche scontrati, perché lui pensava a un percorso più universitario, imprenditoriale, più vicino al suo ambiente. Ma anche lui, in realtà, ha un’anima artistica. Suonava la batteria, aveva una band. A un certo punto ha capito che quella era la mia vita e mi ha lasciata libera di viverla. Anche se continua ad avere paura per me, perché sa che sono molto sensibile. Con mia mamma, invece, c’è stata una distanza anche caratteriale, non solo fisica. Però oggi ci stiamo riavvicinando. Credo che certe persone, soprattutto quando sono molto simili, possano anche scontrarsi di più. Ma poi il tempo, la crescita e il dialogo ti permettono di rimettere insieme alcuni pezzi. Sono molto legata anche ai miei fratelli, Marco e Dario, e ai miei nipoti, Leonardo e Giulia e a mia nonna. Io sono la zia del gioco, del guaio, della cosa pazza. Il fine settimana, quando posso, lo dedico alla famiglia.
Com’è stato il percorso di scoperta della tua identità?
Io vengo dalla provincia di Napoli e, in un contesto piccolo, certe cose possono essere più complicate. Il mio coming out è stato graduale, perché io stessa ho avuto bisogno di attraversare un processo. Venivo dalla danza classica: tutti i giorni il tutù, lo chignon, una certa eleganza, un certo modo di essere. A quattordici anni ho lasciato danza, ho tagliato i capelli da sola, ho iniziato a vestirmi diversamente. Andavo con mio padre quasi di nascosto a comprare le prime camicie, le prime magliette, le cose in cui mi sentivo davvero me stessa.
Poi ho capito di essermi innamorata della mia migliore amica. Era un amore giovanile, infantile forse, ma vero. E dopo quella esperienza ho capito che mi affascinava la donna. Mia nonna, per esempio, mi ha capita subito. Non c’è stato bisogno di spiegazioni. E per me questa cosa è importante: non è una questione di generazioni, ma di come si cresce, di quanto si è aperti alla vita e alle persone. Oggi sto da quasi tre anni con la mia ragazza. Le ho dedicato un cortometraggio che si chiama Ta Joue, ovvero, io sono la sua guancia destra e lei è la mia guancia sinistra. Non sono molto parole: sono più fatti. Però sono molto romantica.
Che cosa pensi dei social e del mondo che stiamo vivendo?
Vedo molte persone usare i social per parlare di ciò che accade nel mondo e penso sia giusto: noi artisti abbiamo una voce e, quando possiamo, dovremmo usarla. Credo che tutto sia politico: il cinema, le parole, le storie che raccontiamo e il modo in cui scegliamo di guardare la realtà. Quello che sta accadendo nel mondo mi colpisce molto. Una sera, dopo aver visto immagini di bombardamenti e famiglie costrette a vivere la guerra, ero nel mio letto, nella mia casa sicura, e non riuscivo a dormire. Io sono qui, non sento le urla di madri e padri sotto casa, ho cibo nel piatto. Però sento, in qualche modo, che il loro stomaco brontola. Perché siamo tutti connessi.
Informarsi è fondamentale, anche se fa male, anche se dopo che spegni il telefono tutto ti rimbalza dentro, anche se ci si sente impotenti.
Come ti vedi tra dieci anni?
Prima di tutto spero che mio padre stia bene. Mio padre ha settant’anni e questa è una cosa che mi mette molta angoscia. Vorrei che stesse con me in tutte le fasi della mia vita. Gli auguro tutto il bene del mondo. Poi vorrei che alcune delle mie porte si aprissero. Vorrei affermarmi come individuo, prima ancora che in un ruolo preciso. Vorrei pubblicare un mio libro, non per il risultato, ma per il coraggio di averlo fatto. Per poter dire: “L’ho fatto. Ce l’ho fatta”. Mi piacerebbe vendere una mia sceneggiatura, recitare nel mio film e vedere Marco D’Amore dirigerlo, perché mi piace molto come regista e come attore. È una cosa che manifesto, nella meditazione, nel mio processo.
E poi, quando mi sentirò pronta, vorrei dirigere il mio cortometraggio. Perché se mi sveglio la mattina e non ho un obiettivo, che cosa sono?
La redazione XXI Secolo e Flavia Sara De Simone ringraziano Martina Gambardella per la disponibilità e il tempo dedicato a questa intervista.





