Maria Clotilde di Borbone. Odio e amore per Napoli. Di solito pensiamo ai Borbone e ai Savoia come regnanti in contrasto inconciliabile. Ma non è stato sempre così, e in particolare durante il periodo napoleonico. L’ascesa di Napoleone Bonaparte, prima in Francia e poi in Europa iniziò ben presto ad insidiare entrambe le corti, e in particolare la casata reale piemontese, all’epoca regnante solo sulla Sardegna.
Nel 1796 , morto Vittorio Amedeo III gli era succeduto Carlo Emanuele IV, la cui moglie era Maria Clotilde, che divenne così Regina di Sardegna. Si erano sposati nel 1775 in un matrimonio senza figli ma che aveva unito i Borbone di Francia con i Savoia. Ma quando due anni dopo i soldati napoleonici invasero il Piemonte, annettendolo così alla Repubblica Francese, i Savoia preferirono trasferirsi a Cagliari.
In seguito Maria Clotilde e Carlo Emanuele lasciarono Cagliari, prima per Firenze e poi per Roma. Alla fine per evitare rischi fu loro consigliato di trasferirsi a Napoli, dove giunsero nel Novembre 1800, peraltro accolti con freddezza dai Borboni, dimostrata dalla circostanza che non furono ospitati nelle dimore reali borboniche, ma costretti a cercare sistemazioni in proprio.
Maria Clotilde di Borbone. Odio e amore per Napoli
Maria Clotilde di Borbone. Odio e amore per Napoli. A Napoli i due coniugi trovarono alloggio a Santa Lucia, prima presso l’albergo delle “Crocelle” e poi all’“Aquila Nera” , uno dei primi hotel napoletani, nel Palazzo d’Alessandro Pescolanciano. Un palazzo nobiliare certo, ma ben lontano dai fasti della Reggia di Versailles e dei Palazzi Regi di Torino e Cagliari.
Abituata al lusso delle corti la Regina faticò non poco ad adattarsi alla nuova realtà. Maria Clotilde era infatti nata a Versailles nel 1759 ( sorella minore di re Luigi XVI) e aveva vissuto fino al matrimonio tra la nobiltà e lo sfarzo della corte francese. Il trasferimento a Napoli fu per la Regina di Sardegna alquanto traumatico, ed inizialmente rimase sconcertata dalla povertà e dalla confusione della città partenopea, come si legge in una lettera scritta al cognato Carlo Felice:
“Avete proprio ragione caro fratello nel credere che il soggiorno di Napoli non sia di mio gusto (…), tuttavia bisogna essere giusti, la posizione è superba, potrei dire unica, col più bel cielo, un suolo ricco e in questa stagione un clima delizioso (…), ma a parte questo non c’è niente di bello nella città, eccetto che è di un grandezza prodigiosa, tutto è grigio come a Cagliari e vi assicuro che le assomiglia molto.
I Lazzaroni sono vestiti come i Sardi, ci sono più di cinquecentomila abitanti che parlano tutti insieme, c’è di che diventare sordi, la città è di un sudiciume da far vomitare, non si fanno due passi senza trovare delle bottegucce di carne che grondano di sangue. La via di Toledo […] è talmente affollata da queste bottegucce, da gente a piedi e da carrozze che corrono a briglia sciolta senza badare a niente, che si rischia sempre di essere schiacciati […]”
L’esilio napoletano di Maria Clotilde
Ma superato l’impatto iniziale, un po’ alla volta si ambientò e non pensò mai di cambiare città. Anzi un po’ alla volta la sua innata religiosità si accentuò e di fronte alla miseria del popolo, trovò terreno fertile per un impegno costante in opere di carità. Grazie anche ai suggerimenti del suo consigliere spirituale, il barnabita ( poi divenuto Santo) Francesco Saverio Maria Bianchi.
Donna molto religiosa, diventata col tempo prima terziaria domenicana e poi anche francescana, frequentava in particolare la Chiesa di Santa Caterina a Chiaia. E morì proprio a Napoli il 7 marzo del 1802, a causa del tifo. Per suo volere venne tumulata vestita con l’abito votivo della Consolata, che negli ultimi tempi indossava sempre più frequentemente. Il suo aspetto monacale era ormai molto diverso dalla fiera nobildonna di corte quale era stata una volta .
Il suo sepolcro si trova proprio in questa chiesa, nello specifico nella cappella denominata appunto della “Buona Pastora” .
Alla morte di Maria Clotilde , Carlo Emanuele IV , caduto in un profondo stato di prostrazione, decise di rinunciare ad ogni carica . E il 4 Giugno 1802 sottoscrisse un atto col quale rinunciava alla corona del Regno di Sardegna in favore del fratello Vittorio Emanuele I
La causa di beatificazione
Allo stesso tempo, convinto che la propria defunta moglie meritasse l’onore degli altari, Carlo Emanuele iniziò a prodigarsi affinchè si iniziasse il processo di beatificazione.Nel luglio 1803, a poco più di un anno dalla morte , egli ricevette la notizia che sarebbero cominciate le relative inchieste . E alla fine delle stesse, dopo cinque anni, il 10 aprile 1808 fu conferito a Maria Clotilde il titolo di Venerabile, primo passo necessario lungo il percorso che conduce alla successiva causa di beatificazione.
Ma mentre l’inizio fu particolarmente spedito, grazie alla fama di santità che la circondava , il proseguo rallentò a partire dal 1844 , visto anche il dilagare del movimento unitario nazionale. La principale obiezione era che la maggior parte dei testimoni della causa di beatificazione “[…] in quanto servitori della regina, per troppa affezione e devozione abbiano potuto deformare la realtà”
Rimasta a lungo su un binario morto, la conclusione arrivò solo a distanza di ben oltre un secolo, ossia nel 1982 . Ancora oggi chi percorre via Santa Lucia e alza lo sguardo sulla facciata dell’antico Palazzo d’Alessandro al civico 62 noterà in alto una grande epigrafe non facilmente leggibile che reca la seguente iscrizione
QUI
NEL PICCOLO ALBERGO DELL’AQUILA NERA
MARIA CLOTILDE ADELAIDE DI BORBONE
REGINA DI SARDEGNA
TERZIARIA DOMENICANA E FRANCESCANA
PER VIVIDA FIAMMA DI PIETA’
DEGNA DEL SOGLIO DEGLI ELETTI
SOSTO’ IN TRISTE ESILIO
E SANTAMENTE SI SPENSE
IL 7 MARZO 1802
LA CITTA’ DI NAPOLI RIVERENTE POSE
IL 25 GENNAIO 1939 A. XVII




