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Mari italiani in ebollizione: il Mediterraneo sta cambiando

Mari italiani in ebollizione: il nuovo rapporto Greenpeace racconta il riscaldamento del Mediterraneo. Situazione preoccupante.

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Mari italiani in ebollizione: il Mediterraneo sta cambiando

I mari italiani in ebollizione non sono più soltanto un’immagine efficace per raccontare un’estate torrida. Sono la fotografia di un cambiamento che riguarda il Mediterraneo e che ormai raggiunge anche gli ecosistemi sommersi. Il nuovo rapporto del progetto Mare Caldo di Greenpeace Italia, basato sui monitoraggi effettuati nel 2025, documenta temperature anomale, ondate di calore marine fino a 40 metri di profondità e segnali di forte stress per alcune delle specie più vulnerabili.

Il mare che vediamo dalla spiaggia, insomma, rappresenta soltanto la parte più visibile di una trasformazione molto più profonda.

Il Mediterraneo registra temperature sempre più alte

Il quadro globale aiuta a comprendere la portata del fenomeno. Secondo Copernicus, il 2025 è stato il terzo anno più caldo mai registrato, con una temperatura media globale di 14,97 °C. La temperatura della superficie marina globale ha raggiunto invece 20,73 °C, anch’essa al terzo posto nella classifica dei mari più caldi degli ultimi anni.

Nel Mediterraneo la situazione appare ancora più delicata, con la temperatura dei mari in costante crescita.

Nel 2025 il bacino ha registrato la seconda temperatura media superficiale più alta mai osservata, pari a 21,35 °C, dopo il record del 2024. Inoltre, per il terzo anno consecutivo, l’intero Mediterraneo ha sperimentato almeno una giornata caratterizzata da condizioni di forte ondata di calore marina.

Non si tratta quindi di episodi isolati. Le ondate di calore marine stanno diventando una presenza ricorrente.

Il calore non rimane più soltanto in superficie

Uno degli elementi più significativi del rapporto Greenpeace riguarda la profondità dei mari.

Il progetto Mare Caldo, nato nel 2019, utilizza termometri subacquei e monitoraggi biologici per osservare gli effetti del cambiamento climatico sulle comunità marine, dalla superficie fino a 40 metri.

I dati raccolti nel 2025 hanno evidenziato episodi di riscaldamento anche negli strati più profondi.

In Sardegna, nell’Area Marina Protetta dell’Asinara, i monitoraggi hanno registrato un’anomalia superficiale arrivata a +3,5 °C. Valori particolarmente elevati sono stati rilevati anche a Capo Carbonara e Tavolara, mentre in Sicilia hanno raggiunto +2,94 °C a Capo Milazzo e +2,71 °C al Plemmirio.

Il calore accumulato durante l’estate può trasferirsi verso il fondale attraverso il movimento dell’acqua e il rimescolamento provocato dai venti, surriscaldando la temperatura dei mari. In questo modo anche gli organismi che vivono a decine di metri di profondità devono affrontare condizioni termiche sempre più difficili.

Gorgonie e coralli mostrano i primi segnali del peggioramento dei mari 

Quando parliamo di cambiamento climatico pensiamo spesso a ghiacciai che si sciolgono, foreste che bruciano o temperature record nelle città.

Sotto il mare, però, il cambiamento produce effetti altrettanto concreti.

I monitoraggi effettuati all’Isola d’Elba, all’Asinara e a Torre Guaceto hanno evidenziato fenomeni di necrosi e sbiancamento in organismi particolarmente sensibili alle variazioni della temperatura.

Tra questi troviamo le gorgonie gialle, Eunicella cavolini, e il corallo mediterraneo Cladocora caespitosa.

Sono organismi che contribuiscono alla struttura degli habitat rocciosi e offrono rifugio e superficie di insediamento a numerose altre forme di vita.

Quando queste comunità si indeboliscono, quindi, il problema non riguarda una singola specie. Può cambiare l’intero equilibrio dell’ecosistema.

Il mare cambia anche i suoi abitanti

Il riscaldamento dell’acqua non produce soltanto stress.

Favorisce anche la presenza e l’espansione di specie che preferiscono temperature più elevate.

Il progetto ha utilizzato anche il DNA ambientale, o eDNA, una tecnica che permette di individuare nell’acqua le tracce genetiche lasciate dagli organismi. Questo metodo consente di rilevare specie che i tradizionali sistemi di osservazione potrebbero non intercettare.

Tra le specie individuate compaiono organismi termofili e specie aliene, come Sargassum thunbergii, Spongites yendoi, Griffithsia corallinoides e Phallusia nigra.

È un altro segnale di un Mediterraneo in trasformazione: mentre alcune specie faticano a sopportare il caldo, altre trovano condizioni sempre più favorevoli.

L’Isola d’Elba racconta cosa succede senza protezione

Particolarmente significativo appare il caso dell’Isola d’Elba, unica area non protetta inserita nella rete di monitoraggio del progetto.

La serie storica osservata negli ultimi sei anni evidenzia un progressivo deterioramento delle comunità bentoniche, cioè degli organismi che vivono sul fondale o a stretto contatto con esso.

Le gorgonie mostrano una forte riduzione e aumentano gli organismi sottoposti a stress.

Il confronto con le aree marine protette offre quindi un’indicazione importante: la tutela può aumentare la capacità di un ecosistema di reagire alle pressioni, ma non può fermare da sola il riscaldamento delle acque.

Le aree marine protette aiutano, ma non possono fare tutto

Il rapporto restituisce un messaggio apparentemente contraddittorio.

Da una parte, le Aree Marine Protette rappresentano uno strumento fondamentale per proteggere la biodiversità e rafforzare la resilienza degli ecosistemi.

Dall’altra, il riscaldamento del mare non conosce confini amministrativi.

Un’area protetta può limitare pesca eccessiva, ancoraggi, inquinamento e altre pressioni locali. Non può però impedire che una massa d’acqua più calda raggiunga un habitat.

Ecco perché la protezione degli ecosistemi deve procedere insieme alla riduzione delle emissioni di gas serra.

Cosa significa per chi vive il mare

La questione non riguarda soltanto biologi, subacquei e ambientalisti.

Il Mediterraneo rappresenta una parte essenziale dell’identità italiana. È turismo, pesca, cucina, lavoro, sport, paesaggio e memoria.

Milioni di persone trascorrono l’estate sulle nostre coste. Pescatori e operatori turistici dipendono dalla salute del mare. La cucina italiana utilizza specie ittiche e prodotti legati agli ecosistemi costieri. Anche il turismo subacqueo cerca proprio quei paesaggi sommersi che oggi mostrano i primi segnali di trasformazione.

Se cambiano le temperature, cambiano anche gli organismi che vivono nel mare. E quando cambia la biodiversità, prima o poi cambiano anche le attività umane che da quella biodiversità dipendono.

Un Mediterraneo sempre più tropicale?

L’arrivo di specie termofile e aliene alimenta una domanda destinata a diventare sempre più importante: come sarà il Mediterraneo tra dieci, venti o trent’anni?

Non possiamo prevedere ogni singolo cambiamento, ma i dati mostrano una direzione precisa.

Copernicus segnala che le temperature del Mediterraneo stanno aumentando più rapidamente della media globale e che le ondate di calore marine, nell’ultimo decennio, sono passate da eventi occasionali a fenomeni ricorrenti.

Il rischio consiste nella progressiva trasformazione degli ecosistemi che abbiamo conosciuto.

Il mare che abbiamo sempre considerato una certezza

Per generazioni il Mediterraneo ha rappresentato una presenza quasi immutabile.

Ogni estate abbiamo ritrovato le stesse spiagge, le stesse baie, gli stessi fondali. Abbiamo imparato a riconoscere i pesci, le alghe, le conchiglie e i paesaggi sommersi.

Ora questa certezza inizia a vacillare.

I mari italiani in ebollizione ci ricordano che anche il mare può cambiare rapidamente. E il problema non riguarda soltanto la temperatura dell’acqua: riguarda gli equilibri biologici, le specie, gli habitat e, alla fine, il rapporto che abbiamo costruito con il Mediterraneo.

Proteggere il mare significa proteggere il nostro futuro

Il sesto rapporto di Mare Caldo non racconta semplicemente un mare più caldo. Racconta un mare che sta modificando la propria struttura e che mostra già le conseguenze dello stress climatico.

La buona notizia è che i monitoraggi permettono di capire cosa sta accadendo e di individuare le aree più vulnerabili.

La sfida consiste ora nel trasformare queste informazioni in azioni concrete: proteggere gli ecosistemi, rafforzare le aree marine protette, ridurre le pressioni locali e soprattutto intervenire sulle emissioni che alimentano il riscaldamento globale.

Perché il Mediterraneo non è soltanto il mare davanti alle nostre case.

È una parte della nostra storia, della nostra economia, della nostra cultura e della nostra identità.

E salvarlo significa anche decidere quale Mediterraneo vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi.

Fonti: Greenpeace Italia, rapporto annuale Mare Caldo – dati 2025; Copernicus Climate Change Service, Global Climate Highlights 2025 e European State of the Climate 2025.