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lunedì, 30 Gennaio 2023

Il magnate immobiliare Donald Trump vince negli USA

Né le sue dichiarazioni – tanto pubbliche quanto private – a dir poco sopra le righe, né i suoi veementi attacchi al limite dell’insulto contro la rivale Hillary Clinton, né le accuse di molestie sessuali, né il messaggio xenofobo della sua campagna elettorale che non poche volte ha messo a disagio lo stesso Partito Repubblicano, hanno potuto frenare il fenomeno Trump.

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Andrea Tarallo
Collaboratore XXI Secolo. Laureato in “Scienze Storiche” presso l’Università degli studi di Napoli “Federico II” con una tesi sulla storia politica e economica dell’Argentina tra XX e XXI secolo

Stamane, quella che per settimane sembrava essere soltanto una boutade, una di quelle battute che si dicono a denti stretti dinanzi ad una bella birra in compagnia di amici od al bancone di un pub ha ricevuto i crismi del reale: soltanto Trump poteva fermare Trump!

Il suo trionfo è stato infatti l’innalzarsi di un “singolo”. Privo dell’appoggio incondizionato del proprio stesso partito, sprovvisto delle ingenti donazioni di cui ha potuto avvalersi la sua rivale Hillary Clinton per la propria campagna elettorale, e con il mondo di Hollywood e dello star system in generale a lui avverso, Donald Trump ha portato sulle proprie spalle il peso di questo “rodeo” elettorale. Gli unici ad averlo supportato sono stati la sua famiglia ed i più stretti collaboratori; che però lui ha sempre tenuto a presentare come gli amici di una vita.

Della dialettica e dello stile di Trump se ne potrebbe parlare per giorni e sicuramente questa non è la sede più opportuna per farlo. Ritengo infatti che non spetti a un giornalista rilasciare o meno patenti di ‘politically correct’, quanto piuttosto registrare come le parole ed i gesti del magnate immobiliare newyorkese abbiano toccato molto più a fondo di quanto si potesse pensare la società degli Stati Uniti. Il mondo intero se ne è reso conto nel corso di questa lunga notte, con l’arrivo dei primi dati ufficiali. La seppur enorme messe di sondaggi, pronostici ed exit pools mai come questa volta non è riuscita a darne traccia, ma forse nemmeno ad intercettarla per errore.

Se questo è potuto accadere, è stato perché ancora una volta ci si è concentrati esclusivamente sul messaggio di un candidato, lo si è letteralmente vivisezionato con l’aiuto dei maggiori esperti, senza però chiedersi cosa avrebbe recepito chi quel messaggio lo ascoltava; cosa avrebbe letto in esso. Adesso però è importante non ripetere un errore analogo anche in sede di analisi post-voto. Il mio è pertanto un appello ai giornalisti ed ai colleghi storici. Non cadiamo nella tentazione di screditare e denigrare l’elettorato di Trump definendolo come ignorante perché sprovvisto di un titolo universitario o come razzista perché composto per lo più da popolazione bianca. Con questo non sto dicendo che non ci sia chi lo abbia eletto semplicemente perché abbagliato dal suo successo o perché d’accordo con le sue politiche sull’immigrazione. Così come invito a non prestarci all’avvincente giochino del “Risiko elettorale” ed arrivare così ad affermare che se Trump ha vinto è perché ha conquistato i più importanti ‘Stati pendolari’ della Florida, dell’Ohio e della Pennsylvania; decisivi per il raggiungimento dei 270 voti necessari per ottenere la maggioranza nel Collegio Elettorale. Ma vorrei che l’analisi di quanto successo andasse un pochettino più in profondità ed arrivasse a vedere che alla fine Trump ha vinto grazie ai voti provenienti dalla ‘Rust Belt’, la regione che più di tutte ha sofferto la chiusura di fabbriche a causa della globalizzazione e la perdita di posti di lavoro a causa di una sempre più incalzante tecnologia. È stato pertanto il suo messaggio populista e protezionista, pesantemente critico nei confronti del libero mercato ad aver vinto.

Adesso non resta altro che aspettare il prossimo 20 gennaio quando egli sarà a tutti gli effetti il 45esimo Presidente degli Stati Uniti d’America e vedere se terrà fede a quanto dichiarato in sede di campagna elettorale, semmai cominciando proprio dalla scelta coraggiosa di adottare scelte economiche protezionistiche e dallo “sminare” la politica estera statunitense da tutti gli ordigni che il democratico Obama si è affannato ad innescare nel corso di questi anni in giro per il mondo.

Good luck, Donald!

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