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martedì, 5 Luglio 2022

Autismo. La burocrazia potrebbe colpire a morte

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Cristiana deve morire. O Cristiana deve morire? La differenza tra la vita e la morte è un punto interrogativo, una domanda alla quale le Istituzioni non hanno ancora risposto. Eppure si tratta di una madre, eppure succede a Roma, la Capitale d’Italia, dove si spendono milioni di euro per cose molto meno importanti del sociale, dove vivono Cristiana Lucaferri e suo figlio Andrea, un giovanotto di quasi 20 anni, alto 2 metri e corporatura da 135 kg, un gigante autistico.

Il nostro giornale ha raccolto la richiesta di aiuto di Cristiana, il pianto di una madre separata dal marito, disoccupata, con un’enorme responsabilità sulle spalle e una vita che non è più vita: «Sono stata ovunque, nessuno mi aiuta, non ce la faccio più ad andare avanti così. Sono sola e vivo come una reclusa, schiava di un figlio autistico che mi costringe in casa a stare svestita, perché così vuole. Mi costringe a essere presente durante i suoi bisogni, se non lo accontento volano schiaffi e pugni. Ieri mi ha costretta a girare con la macchina tutto il giorno, dalle 16:00 alle 23:00 in auto, perché vuole così e non è possibile opporsi, se sbaglio strada o smetto di guidare mi picchia, e lui è un gigante, mi fa male».

Cristiana e Andrea non hanno mai usufruito di assistenza domiciliare, nonostante ne abbiano diritto e siano in graduatoria da decenni, sì avete letto bene, decenni: «Questa mattina sono stata dallo psichiatra per far aggiungere un farmaco alla cura di mio figlio, non ce la faccio più, deve calmarsi. L’altro giorno ho chiamato il 118 per un aiuto, volevo respirare, desideravo che venisse in qualche modo calmato, ma gli operatori mi hanno detto che erano contrari al TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio – ndr), perché mio figlio era già imbottito di tranquillanti e sarebbe stato pericoloso, oltre che dannoso per l’equilibrio di Andrea. Non ho nemmeno l’assistenza domiciliare, siamo in eterna graduatoria. Ricordo che una volta arrivai terza, eravamo molto vicini all’ottenimento dell’assistenza, ma poi Andrea ha fatto 18 anni e le carte presentate non andavano più bene. Oggi la mia Municipalità dice che non ci sono abbastanza soldi per accontentare l’enorme bacino di utenza che richiede quel servizio». E’ un diritto di Andrea. Ma ormai un diritto negato, perché la madre afferma che in questo momento l’aggressività del figlio non consentirebbe nessun approccio terapeutico relazionale.

Abbiamo contattato l’ASL – B di Roma, competente per territorio, ma non siamo riusciti a ottenere nessuna dichiarazione. Al riguardo Cristiana precisa: «L’ASL mi ha riferito che forse, tra 15/20 giorni, potrebbe liberarsi un posto per Andrea nell’ala di una clinica psichiatrica, ma nulla di certo». Nel frattempo Cristiana ha girato già tre strutture sanitarie per far valutare il ragazzo al fine di un ricovero: in due hanno risposto che non avevano mezzi né personale adeguato per accettarlo, avrebbero messo a rischio gli altri ospiti; l’altra invece non aveva posto».

Dopo aver tentato anche con la Municipalità, invano, siamo riusciti a entrare in contatto con l’ufficio dell’Assessore alle Politiche Sociali di Roma, dove una ben disposta collaboratrice ci ha riferito di essere a conoscenza della problematica di Cristiana Lucaferri e che hanno già sollecitato una soluzione rapida alla Municipalità di pertinenza, una soluzione che in ogni caso si limiterebbe all’assistenza domiciliare. Al riguardo siamo in attesa anche di una dichiarazione ufficiale da parte dell’addetto stampa dell’Assessore, perché a breve dovrebbero arrivare nuovi finanziamenti, dunque nuove disponibilità in case famiglia. Ma anche lì c’è una lunga lista di attesa.

Intanto Cristiana continua a fare la sua ‘non vita’, Andrea continua a ricevere la sua ‘non assistenza’. Le chiediamo di avere pazienza perché la battaglia è appena iniziata, ma lei risponde con la voce rotta dal pianto: «Sono in ostaggio di mio figlio, che amo più della mia vita, e forse per questo mi sono ridotta così, ma sento che non ce la faccio più. Se mi succedesse qualcosa lui che fine farebbe? Cerco un posto dignitoso per Andrea, ma non un ghetto. Aiutatemi, non ho più forze, o muore lui o muoio io.».

La battaglia è appena iniziata, i nostri spazi sono a disposizione per eventuali repliche dell’ASL – B di Roma, della Municipalità e dell’Assessorato alle Politiche Sociali di Roma. Care Istituzioni, Cristiana deve morire?

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