L’attivista. Una nuova professione.In tv e sui social è sempre più frequente imbattersi in una figura che si autodefinisce ( e viene definita) attivista. Perché questo nome? Di cosa si occupa? Lo fa a titolo gratuito o viene retribuito? E in caso affermativo da chi? Proveremo a rispondere brevemente a queste domande.
Chi è l’ attivista
Un attivista è una persona impegnata direttamente a partecipare e/o organizzare manifestazioni di ogni tipo per ottenere un determinato scopo o appoggiare una causa, sia essa politica ( partiti,sindacati) che sociale (ecologia, clima,parità di genere, lotta alle discriminazioni, diritti umani, soccorso ai migranti)
Le manifestazioni vanno dagli scioperi e le petizioni fino al boicottaggio,alle campagne di informazione e agli atti di disobbedienza civile.
Il volto nuovo dell’attivista
Una volta il termine attivista era accompagnato dallo specifico ambito o settore in cui esercitava il suo impegno civile. Oggi questo non avviene più, quasi a sottolineare la nascita di una nuova professione.
Dal ’68 in poi l’attivismo era considerato unicamente come una specie di volontariato o una militanza svolta nel tempo libero. E soprattutto prevalentemente nel luogo di residenza o poco più lontano. Oggi con la diffusione dei social media e l’avvento delle community/piattaforme digitali, l’attivismo risulta ormai istituzionalizzato.
Al punto che dagli attivisti dilettanti e volontari siamo passati a vere e proprie figure professionali le cui competenze non sono molto diverse da quelle di liberi professionisti o consulenti aziendali. Altro che distribuzione di volantini o slogan urlati in piazza coi megafoni.
Lavoro e guadagno nell’attivismo
Oggi dunque fare l’attivista di professione non significa più scendere in piazza o bloccare un’attività. Significa occupare ruoli professionali pagati in un sistema variegato ma al contempo ben definito. Ecco i principali.
Content Creator e Influencer Activist: usano i social media (Instagram, TikTok) per sensibilizzare l’opinione pubblica su determinate tematiche care al grosso pubblico. I guadagni derivano da campagne di brand etici, abbonamenti della community, crowdfunding , podcast, libri.
Dipendenti /Collaboratori di ONG: Organizzazioni non governative(Greenpeace IActionAid , Amnesty International) assumono con contratti a tempo determinato o indeterminato figure professionali specifiche: dai Campaigner ai responsabili della comunicazione strategica
Consulenza per le Aziende (Corporate Activism) Con la diffusione dei criteri cosiddetti ESG (ambientali, sociali e di governance), molte aziende assumono attivisti esperti in determinati settori per evitare il greenwashing o il rainbow washing ed aiutare le imprese a mettersi in regola.
Per greenwashing (lavaggio nel verde) si definisce la pratica per cui un’azienda si presenta come filo- ecologista, mentre continua a inquinare con i propri prodotti. Ciò grazie ad esempio ad etichette “eco-friendly” prive di serie certificazioni, oppure a pubblicità ingannevoli.
Mentre il rainbow washing ( lavaggio arcobaleno) è un marketing astuto che cambia temporaneamente il logo aziendale con simboli e colori della comunità LGBTQIA+ (specie nel mese del Pride) per fini commerciali. In realtà senza alcun sostegno economico ai diritti di queste minoranze
Public Speaking e Formazione: Molti attivisti tengono corsi in presenza durante festival ed eventi vari, workshop e webinar, finanziati in particolare da scuole, università, associazioni no profit.
Le competenze dell’attivista professionista
L’attivismo professionale moderno richiede dunque un mix di competenze complesse (hard e soft skills)
Digital Skills: Video editing, gestione delle community online, algoritmi dei social network
Fundraising e Crowdfunding: Raccolte fondi, partecipazione a bandi europei, gestione finanziaria delle donazioni
Advocacy : Competenze giuridico-politiche per proporre petizioni valide o studiare bandi di partecipazione.
La formazione dell’attivista
In mancanza di un albo professionale, i profili più richiesti necessitano di determinati percorsi accademici (come lauree in scienze politiche, cooperazione internazionale, sociologia o scienze della comunicazione) oltre a master specialistici nell’ambito dei diritti umani o della sostenibilità ambientale
Attivismo e militanza.
Con la diffusione dell’attivismo sono inevitabilmente aumentate le critiche e le ostilità,specie quando eccede e manifesta in modo tale da ledere libertà e diritti altrui. Ad esempio bloccando una stazione ferroviaria o una strada,come nel caso degli attivisti di Ultima generazione. Oppure, sempre ad opera loro, imbrattando monumenti e opere d’arte (anche se con sostanze lavabili)
Da qui la diffusione sui social di epiteti quali “Ecovandali” e “Gretini” ( i seguaci della nota attivista Greta Thunberg). Trattandosi a volte di militanti anarchici, dei centri sociali o della sinistra antagonista vengono frequentemente insultati come “zecche ”o “nullafacenti figli di papà”.
Ma i termini militante e attivista , spesso confusi tra loro, sono assai diversi. Il problema è che i militanti sono utopici e rivoluzionari e gli attivisti più pragmatici. Lo dimostra il loro modo di porsi nella società, completamente agli antipodi. Oggi la parola «attivista» viene segnalata in una netta ascesa che coincide al contempo col parallelo declino di un presunto sinonimo quale «militante» . Ormai ridotto ad appartenenze ritenute devianti e deviate. O addirittura patologiche.
Per contrastare e prevenire gli eccessi della militanza dura e pura ( assalti alle forze dell’ordine, atti vandalici, cortei in tenuta paramilitare) in Italia la Legge 54/2026 ha recentemente introdotto nuove misure restrittive. Tra queste sono da segnalare:
Fermi preventivi ( Le forze dell’ordine possono trattenere un soggetto fino a dodici ore per accertamenti, anche in assenza di un reato già commesso o di una condanna).
Zone rosse e divieti ( Si può vietare l’accesso in certe zone a chi ha già ricevuto una denuncia durante una manifestazione)
Sanzioni e pene inasprite (Sono stati introdotti o rafforzati reati specifici legati ai blocchi stradali e alle occupazioni)
Di fronte alla reazione dello Stato e ai rischi personali, lo spazio per la militanza vera e propria si è ridotto. Anche per questo nel frattempo cresce l’attivismo che rispetto alla militanza persegue specifici obiettivi specifici, ma seguendo le norme in vigore. E assicurando, come visto in precedenza la possibilità di un’attività professionale in un contesto lavorativo gratificante.
A parte la ancora diffusa confusione tra militanza e attivismo, il rischio attualmente è il proliferare sui social di tantissimi attivisti che si autoproclamano tali o definiti così dalle rispettive platee di riferimento. Quando utilizzano i loro profili social per battaglie autoreferenziali, screditano l’attivismo in blocco a causa di performance esasperate e fuori contesto. Ma questo è solo attivismo dilettantesco. L’attivismo professionale, come abbiamo visto, è tutta un’altra cosa.





