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La strage di Capaci: una ferita ancora aperta

Il 23 maggio 1992 si verificò un evento a dir poco drammatico, che ha segnato per sempre la storia del nostro paese. Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini della scorta, vengono uccisi dalla mafia nella strage di Capaci.

In tale data il comune di Monte Cammarata, in Sicilia, è stato scosso da una terribile esplosione. A generarla non fu un evento sismico, bensì lo schianto che uccise il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i tre uomini che li scortavano.

Falcone era tra i magistrati che dal 1986 in poi ebbero un ruolo molto importante nel maxiprocesso contro Cosa nostra. Grazie all’impegno e alla dedizione di alcuni collaboratori, il gruppo di magistrati aveva portato in giudizio più di cinquecento mafiosi.

In vista del processo venne costruita un’aula blindata a ridosso dell’Ucciardone, il carcere di Palermo. Nel corso degli anni molti esponenti di Cosa nostra furono assolti, grazie a cavilli e conoscenze. In un contesto così ampio e articolato, Falcone ricopriva un ruolo fondamentale per lo Stato, poiché conosceva bene i linguaggi e i meccanismi della mafia e sapeva anticiparli.

La strage di Capaci: un attacco alla legalità

La figura che più di ogni altra diede filo da torcere al giudice siciliano fu sicuramente il pregiudicato Totò Riina. Quest’ ultimo era un ex contadino dotato di uno spiccato spirito imprenditoriale nonché di una marcata propensione per l’illegalità. Dopo aver sgominato i boss delle cosche rivali ed essersi tenuto fuori dalla prigione grazie ad alcuni agganci politici, fu sottoposto alla linea dura portata avanti da Falcone e dagli altri giudici siciliani.

Per tale motivo nel giro di poco tempo Falcone divenne uno degli obiettivi di Cosa nostra. Dopo la tragica morte del suo superiore, Rocco Chinnici, avvenuta nel 1983 la situazione per i magistrati si fece sempre più tesa.

Il tragico epilogo si ebbe con l’arrivo dei coniugi Falcone a Punta Raisi, dove li attendeva la scorta. Nei giorni precedenti Giovanni Brusca e i suoi complici avevano piazzato 500 grammi di tritolo in un cunicolo sulla strada del magistrato. Sfortunatamente il piano funzionò, decretando la morte di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, dopo una corsa disperata in ospedale.