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venerdì, 19 Agosto 2022

La Protesta Femen per i diritti omosessuali in Marocco

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Ismahan Hassen
Ismahan Hassen, tunisina d’origine e napoletana d’azione. Dottoressa magistrale in “Scienze delle lingue, storia e culture del Mediterraneo e dei Paesi islamici” con una tesi di laurea sull’evoluzione del sistema socio-economico tunisino da Ben Ali alla Rivoluzione dei gelsomini. Attratta da tutto ciò che riguarda Medio Oriente e Maghreb, dal 2012 ha collaborato come web editor con diversi siti d’informazione online. Interessata anche a questioni riguardati il tema dell'immigrazione e delle cosiddette "seconde generazioni", attualmente fa parte anche della redazione di Yalla Italia, il blog delle seconde generazioni e di Migrador Museum, storie di immigrati in Italia.

Due, giovani, sicure di sé e munite di videocamera per riprendere il loro gesto eclatante. Sono loro, le attiviste del movimento Femen arrestate questo martedì a Rabat dopo essersi mostrate in topless di fronte alla torre del re Hassan, uno dei monumenti più importanti e sacri della città, nonché minareto della storica moschea della capitale, in segno di protesta contro la situazione delle persone omosessuali in Marocco. A seguito del loro gesto le due giovani attiviste, di età compresa tra 25 e 30 anni, sono state arrestate dalle autorità marocchine mentre erano in procinto di lasciare il paese alla volta della Francia.

Secondo quanto riferito dalla Direzione Generale della Sicurezza Nazionale (DGSN) in un comunicato inviato all’agenzia di stampa marocchina (MAP), il gesto compiuto dalle due attiviste sarebbe stato definito “Una sequenza oscena, messa in atto esponendosi in topless in un luogo di culto, e sfoggiando addosso slogan che violano la moralità pubblica. Secondo le immagini trasmesse sui social network e su molti siti d’informazione, lo slogan che le due attiviste portavano iscritto sulla pelle era rappresentato dalla frase: “In gay we trust”.

Il riferimento più esplicito di questa frase e dell’azione messa in atto dal movimento femminista ucraino è quello alla sentenza che lo scorso 22 maggio ha condannato tre marocchini a tre anni di carcere proprio perché accusati del  reato di omosessualità. In Marocco, infatti, l’omosessualità è considerata un reato punibile con tre anni di carcere, senza considerare il fenomeno di esclusione e di emarginazione sociale che da questo tipo di condanna può derivare per chi la subisce.

Questa è stata un’azione simbolica, avvenuta in una località turistica e religiosa, con lo scopo di denunciare la legge, con queste parole Inna Shevchenko, leader del movimento Femen, ha commentato l’accaduto. “Cos’è più osceno e immorale: un topless o la condanna di due persone per la loro identità sessuale?”, ha poi aggiunto la Shevchenko, confermando quindi l’esistenza di un nesso tra loro azione e la condanna dei tre cittadini marocchini avvenuta a fine maggio.

Come nel 2013 accadde in Tunisia con il caso della femen-tunisina Amina Sboui, anche in Marocco questo tipo di azioni così estreme e repentine risultano essere completamente fuori luogo. Essendo lontana anni luce da qualunque tipo di manifestazione che ponga al centro il corpo nudo della donna, la società marocchina (anche quella più progressista e liberale) faticherà non poco a comprendere, e soprattutto a condividere, tale gesto. Il rischio che si corre così è quello di inimicarsi perfino quella fetta di popolazione che non riconosce l’omosessualità come un reato, ma che può però storcere il naso davanti a manifestazioni di “liberazione degli oppressi” dal vago sapore neo-colonialista.

L’eventualità che ciò possa accadere, non è quanto di più auspicabile ci possa essere. La mancanza, la carenza o addirittura l’assenza di un’opposizione progressista forte, coesa e convinta può contribuire al rafforzamento del discorso conservatore, anziché contrastarlo. In questo senso, ancora una volta, le modalità d’azione Femen nel contesto di un paese arabo, musulmano e tradizionalista come il Marocco, potrebbero quindi rivelarsi un boomerang per quel che riguarda l’avanzamento dello stato di diritto delle persone omosessuali, piuttosto che come un’ancora di salvataggio per un futuro cambiamento del Codice penale nazionale.

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