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giovedì, 27 Gennaio 2022

La donna nel Buddhismo

Il Buddha Sakyamuni ha sempre affermato che la pratica buddhista è accessibile a chiunque, senza discriminazioni di casta, genere, condizioni culturali, e che tutti, maschi e femmine, hanno identiche opportunità di raggiungere l’illuminazione.

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Vittorio Dezio
Laureato in laurea triennale in lingue inglese e giapponese. Attualmente studente di laurea specialistica in Storia e civiltà giapponese. Sono un folle amante della letteratura e dei libri. Amo le lingue, in particolare quella del Giappone.

All’epoca del Buddha storico, Shakyamuni, la donna non godeva degli stessi diritti dell’uomo, ma era considerata inferiore. La donna, per giungere all’illuminazione, avrebbe dovuto reincarnarsi nel corpo di un uomo. Grazie ad Ananda, tra i più famosi discepoli del Buddha, gli fu concesso di formare un ordine comunitario (Sangha) femminile.

Tuttavia, questo è un discorso generico in quanto non tutte le comunità buddhiste avevano e hanno questi preconcetti sulle donne e sulle loro capacità di giungere alla via dell’illuminazione.

Ad esempio, in Cina e in Giappone, tra le figure maggiormente venerate vi è presente il Buddha della compassione, raffigurato con aspetti femminili. Tale figura è Avalokitesvara, nel Buddhismo Mahayana è il bodhisattva della grande compassione, colui che guarda, protettore delle madri e dei marinai.

Tornando indietro nel tempo, circa nel 1200, in Giappone fu stabilita l’uguaglianza di genere per la bodhi (l’illuminazione) grazie a Nichiren Daishonin.

«Non devono esserci discriminazioni tra coloro che propagano i cinque caratteri di Myoho-renge-kyo nell’ultimo Giorno della Legge, siano essi uomini o donne».

Questo fu un passaggio molto importante e rivoluzionario per la condizione della donna di quell’epoca. La donna era soggetta alle tre leggi d’ubbidienza nell’antica società del Giappone: essere sottomessa dalla propria famiglia, dal marito e in tarda età dal proprio figlio maschio. Nichiren supportò numerose donne nominandole Shonin, sante. Egli, grande devoto del Sutra del Loto, si impegnò a condividere e divulgare le parole del Buddha e del messaggio di uguaglianza tra i popoli e le donne del Giappone.

Ma perché il Sutra del Loto è così importante per quanto riguarda la condizione femminile nel buddhismo?

Nel dodicesimo capitolo del Sutra, denominato “Devadatta”, si parla di una bambina di otto anni, figlia di Sagara, re dei Naga. La ragazzina avrebbe realizzato la completa illuminazione. Tuttavia, molti erano contrari a questo messaggio affermando che:

“Il corpo di una donna, impuro e corrotto, non può fare da grembo per il Dharma”. Si credeva che il corpo femminile era soggetto ai “cinque ostacoli”

Ma nel sutra del Loto, la bambina Naga in un istante si trasformò in un uomo, mise in atto tutte le pratiche di un bodhisattva raggiungendo la perfetta bodhi, presentando il Dharma agli esseri delle dieci direzioni. Molti esperti interpretarono l’episodio della ragazza favorendo lo sviluppo di una teoria discriminatoria per le donne praticanti. D’altro canto, molte scuole buddhiste usano tutt’ora questa storia per sostenere la capacità delle donne di raggiungere la via del Buddha.

« Dridamati chiese al devaputra Gopaka:
“Mediante quali azioni meritorie una donna può rinascere con un corpo di uomo”. Gopaka rispose: “Dridamati colui che è nel mahāyāna non percepisce la differenza tra uomo e donna. Perché? Perché nel pensiero onnisciente che non si riscontra nel Triplice Mondo, le nozioni di uomo e donna sono forgiate dall’immaginazione.”

 

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