La cultura woke e il suo vocabolario. Negli ultimi anni si sente più spesso parlare di cultura woke.Nei telegiornali, nelle dichiarazioni politiche, nelle manifestazioni, nei social. Ne parlano Capi di Stato e Presidenti del Consiglio. Ma quanti sanno realmente di che si tratta? Negli Stati Uniti, dove il termine è stato coniato, una buona fetta della popolazione ha un’idea a proposito, favorevole o contraria, a causa del crescente dibattito che da alcuni anni si è acceso su quello che è considerato uno dei temi più attuali.
Al contrario in Europa , compresa l’Italia, il suo significato è sconosciuto alla stragrande maggioranza dei cittadini. Un sondaggio effettuato quattro anni fa ha dimostrato che appena il 6% dei francesi conosce il significato del termine woke. Dato che l’argomento è complesso proviamo a fare un po’ di chiarezza a partire dal suo vocabolario.
Woke
Woke (in inglese sveglio) è un vocabolo risalente agli anni 30 del secolo scorso. Si riferiva all’inizio alle problematiche della comunità afroamericana , ma negli ultimi decenni ha assunto un significato più ampio fino ad abbracciare temi sociali relativi a tutte le forme di discriminazione : tra questi in particolare razzismo, sessismo, negazione dei diritti della comunità LGBTQ+. Oltre a misoginia, patriarcato, omofobia, islamofobia, transfobia (violenza di genere), ageismo (discriminazione degli anziani) abilismo (discriminazione dei disabili)Tutti temi cari agli ambienti di sinistra o comunque di centro-sinistra.
LGBTQ+
LGBTQ+ è un acronimo anglosassone che si riferisce a chiunque non sia eterosessuale. Comprende le lettere L (Lesbiche) G (Gay) B (Bisex) T (Transgender che a differenza dei cisgender hanno un genere diverso dal sesso assegnato alla nascita) Q (Queer ossia chi non si identifica con le norme di genere e sessualità)
+ (Più) le altre identità di genere e orientamenti sessuali non menzionati esplicitamente (es intersex)
Wokeness
Significa “restare sveglio” o “non abbassare la guardia” verso le tematiche care alla cultura woke . Negli ultimi anni critici di destra e centro-destra hanno iniziato ad attaccarlo duramente in quanto porterebbe inevitabilmente alla cosiddetta cultura della cancellazione (cancel culture) e alla distruzione delle nazioni.
Cancel culture
Negli Stati Uniti la festa del Columbus Day ricade il secondo lunedì di ottobre. Ma negli ultimi anni è sempre più criticata in quanto la scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo non sarebbe altro che l’inizio di una colonizzazione .
Negli ultimi dieci anni non si contano gli atti vandalici nei confronti di monumenti raffiguranti personaggi chiave della storia americana. Thomas Jefferson, Benjamin Franklin, George Washington e perfino Abraham Lincoln, questi e tanti altri ritenuti simboli del suprematismo bianco.
Dagli Stati Uniti e dal Canada ( abbattute le statue della Regina Vittoria e della Regina Elisabetta ) questo modo alquanto distruttivo di interpretare la cancel culture si è esteso all’Europa. Vandalismi si sono avuti in particolare nel Regno Unito (imbrattata la statua di Churchill) e in Belgio,con la statua di Leopoldo II, anch’essa sfregiata con vernice.
Neopuritanesimo
A differenza del puritanesimo , che come è noto fu un fenomeno di ispirazione religiosa, il neo-puritanesimo è assolutamente laico, strettamente collegato al “politicamente corretto”. Dichiarandosi paladino del rispetto, tuttavia esercita una sorveglianza costante del linguaggio e del pensiero, sostituendo alla censura religiosa di un tempo lontano una sorta di censura sociale.
Si manifesta in particolare sul web con la tendenza a rimuovere o emarginare persone o aziende ritenute colpevoli di dichiarazioni o di azioni giudicate contrarie ai temi cari al politicamente corretto.
E questo nonostante la dichiarata volontà di perseguire la libertà di espressione come valore essenziale della nostra società. Per tale motivo molti si impongono un’autocensura per il rischio concreto di subire un boicottaggio, specie in campo lavorativo.
Politically correct
Il linguaggio politicamente corretto si propone di evitare offese discriminanti verso determinate categorie, imponendosi un po’ alla volta a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, determinando significativi cambiamenti delle abitudini linguistiche.
Uno dei primi esempi è il proposito di Eva termini giudicati offensivi nei confronti della gente di colore. Ormai quasi più nessuno usa la parola negro (in inglese nigro, che evoca i tempi dello schiavismo) sostituita nel linguaggio corrente da nero (black). Lo stesso è avvenuto per la parola handicappato (ormai sostituita da disabile o ancora da diversamente abile) o per il vocabolo cieco ( oggi si preferisce non vedente) e così via.
Tuttavia il politically correct ha portato ad alcune esagerazioni, sopratutto nella versione femminile di molti vocaboli. Si è iniziato ( e si continua ) a discutere se sia più rispettoso chiamare una donna avvocatessa o avvocato, poetessa o poeta, presidentessa o presidente, rettrice o rettore . Peraltro non arrivando in molti casi a conclusioni univoche, da affiancare a parole ormai accettate nel gergo comune ( professoressa, dottoressa).
La cultura woke e il suo vocabolario
Qualche breve riflessione conclusiva. Che i diritti delle minoranze vadano rispettati e appoggiati è fuori discussione. Ma che la woke culture abbia ormai superato alcuni paletti inamovibili, dilagando nei settori più vari, dall’ambientalismo fino alla dietetica, è un dato di fatto. Portando con sé una serie di eccessi e di estremismi.
Al contrario il movimento woke dovrebbe favorire un confronto costruttivo con le opinioni diverse ed opposte. Altrimenti senza volerlo rischia di rafforzare il movimento antiwoke le cui fila si stanno ingrossando, innanzitutto negli Stati Uniti ma ora anche in Europa.
Il semplicismo e la generalizzazione di singoli casi trasformati in una questione nazionale o sovranazionale non giovano a nulla. Un conto sono i casi di stupro nelle università americane e un conto è dire che vi si esercita una “cultura sistematica dello stupro”
Abbattere le statue in nome di un falso anticolonialismo significa cancellare non i monumenti ma la storia. Un conto è la lotta contro la disparità di genere quando un genere è sottorappresentato e/o svantaggiato nei diversi contesti. Altro è invece negare la diversità di genere tra uomo e donna.
E così via. Come è stato giustamente notato, “parità non vuol dire negare le differenze, ma valorizzarle”. Altrimenti i woke darebbero ragione a quanti ritengono che il wokismo sia un virus destinato poco alla volta a distruggere i valori più profondi della civiltà occidentale.







