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Iraq: no a un governo d’emergenza

“La formazione di un governo di emergenza nazionale sarebbe un golpe contro la Costituzione e il processo politico”, categoriche sono state le parole del primo ministro iracheno Nuri al-Maliki che, in un discorso andato in onda sulla tv nazionale, ha scartato senza remore l’ipotesi statunitense di dare vita ad un governo nazionale d’emergenza in grado di aggregare sunniti e sciiti.
“In questa drammatica situazione non abbiamo sentito i nostri partner politici parlare di un sostegno al governo, ma agiscono come se dovessero spartirsi un bottino”, ha continuato il premier alludendo alla ‘distanza’ presa dai curdi nella vicenda, concludendo il suo discorso riconfermando la necessità irachena di dare vita ad un nuovo governo esecutivo.

Una dichiarazione, quella di al-Maliki, a prima vista di poca risonanza, ma che intrinsecamente altro non è che il rifiuto delle imposizioni dell’America e dei leader europei, fin’ora attuate come ‘oro colato’.
L’odore del sangue torna a farsi sentire nella zona di confine irachena, stavolta i combattimenti sono avvenuti alla frontiera con l’Iran dove 3 guardie sono morte nella provincia di Kermanshas, la zona occidentale, ma ancora non è chiara la dinamica dell’attentato né se sia stato l’Isis ad aver capeggiato l’agguato.
Questa mattina i miliziani jihadisti hanno attaccato la Camp Anaconda, ossia una delle basi aeree irachene più importanti del territorio; nel frattempo i soccorsi statunitensi sono sbarcati in Iraq con l’intenzione di supportare le forze governative locali e ridimensionare le conseguenze dei combattimenti. Sono circa 130 i “consiglieri militari” americani arrivati in Iraq e altri 50 arriveranno nei prossimi giorni. “I consiglieri avranno il compito di fare una valutazione della capacità delle truppe irachene entro le prime settimane ed allestire, congiuntamente con le forze irachene, un centro operazioni a Baghdad. Dovranno inoltre raccogliere informazioni di intelligence e riferirle alla catena di comando Usa” ha dichiarato John Kirby, il portavoce del Pentagono. Tutte le informazioni relative alle forze ribelle dovranno essere passate al setaccio dall’America.

Sembra che si prospetti una minaccia di tipo mondiale all’orizzonte, meritevole di attenzione americana: i miliziani sunniti dell’Iraq sono in totale connubio con i combattenti della Jabaht al Nusra, il fronte sunnita siriano, uniti e radunati nella zona di confine tra i due stati. Se durante la guerra civile della Siria i gruppi si sono scontrati con pesanti accuse, ora, con i successi jihadisti ottenuti, hanno stabilito di sostenersi l’un l’altro. Si tratta di strategie tattiche che spaventano grandi potenze e stati confinanti, in Kurdistan, lì dove ancora c’è ‘bandiera bianca’ verso la situazione irachena, si teme un’improvvisa avanzata jihadista: si conta che sia di circa 150 persone l’esercito di combattenti la cui origine è Halabaja, ovvero la città che subì un attacco chimico nel 1988 da parte dei seguaci di Saddam, per ‘punire’ la comunità. Si torna, quindi, a parlare dell’idea di un Kurdistan indipendente, mentre John Kerry, il segretario di stato americano, ha suggerito ai curdi di unirsi con gli iracheni per placare gli attacchi degli insorti.

L’alleanza tra le due fazioni spiana la strada più pericolosa degli ultimi tempi, e a conferma del nuovo accordo torna in voga la moda dei social network come strumento di ‘promozione’ di tattiche e minacce: uno dei membri affiliati all’Isis ha postato su Twitter una foto del comandante di al-Nusra che stringe la mano di un leader dell’Isis, un legame che potrebbe destabilizzare anche le più grandi potenze.