Intervista a Diego Imperatore del duo Master Main

Diego Imperatore, metà del duo partenopeo Master Main, ha gentilmente concesso un'intervista ai microfoni del XXI Secolo. Anticipazioni riguardo il loro ultimo album e rivelazioni riguardo le collaborazioni per la creazione.

Master Main, Pale Moon

La testata giornalistica online XXI Secolo ha intervistato Diego Imperatore, del duo partenopeo Master Main.

Il duo napoletano, costituito da Diego Imperatore e Luigi Sardi, si colloca, con il proprio operato, nel filone della musica elettronica. Il duo vanta collaborazioni mixaggi con artisti dalla spiccata notorietà, tra i quali si annoverano Lucie Barat, Marta Boldi, Barbara Pironti e tantissimi altri ancora.

I Master Main sono su Facebook, YouTube e Twitter, dove è possibile seguire il duo nei propri lavori ed ottenere informazioni riguardanti la pubblicazione di opere, nuovi progetti e tantissime anticipazioni.

La loro musica è differente dalla musica commerciale, in quanto contenente una finalità ben più profonda e piena di significato. Il loro “viaggio spaziale” è infatti il viaggio di ognuno di noi. Scopriamo insieme chi sono i Master Man all’interno dell’intervista, che il nostro viaggio abbia inizio!

L’intervista

Sig. Imperatore qual è la genesi dei Master Main?

«I Master Main nascono dall’esigenza di voler realizzare un duo spinti dalla passione che abbiamo per la musica anni 80, abbiamo masticato tantissima musica anni 80 nella nostra vita, anche se siamo nati in quegli anni, quindi il decennio in realtà non lo abbiamo vissuto ma lo abbiamo scoperto a posteriori, però quelle sonorità ascoltate, questa è una cosa molto personale, in radio da bambino mi son rimaste dentro. Sono quelle musiche d’infanzia che mantengono una presenza abbastanza persistente nella coscienza poi compositiva successiva.»

I Master Main si collocano nel filone della musica elettronica, che risonanza ha questo genere nel pubblico contemporaneo?

«Considerando che la musica elettronica è anche la musica dance, quella che si balla oggi nelle discoteche, io credo che sia una grossa fetta, quella della musica elettronica, che ha il consenso del pubblico sicuramente giovanile, quello della massa, oltre a dire che la stragrande maggioranza delle produzioni hip-hop moderne, soprattutto ultimamente, sono tutte synth pop, quindi anche l’universo independent. Ho notato che, ad esempio, c’è un gruppo che ha iniziato con il classico filone independent italiano, per poi trasformarsi in un synth pop, ultimamente, e quindi questo mi fa pensare che anche la musica indipendente, che fino agli anni 90 e 2000 era considerata chitarra, basso, batteria, una formazione classica, oggi invece si sia affacciata anche alla musica elettronica, un po’ come succede in Inghilterra però già da parecchi anni.»

Quale crede sia il ruolo della musica nella vita quotidiana?

«Io penso che sia un ruolo quotidiano, un ruolo importante. Un ruolo sicuramente importante nel senso che, non è solo di compagnia, ma ha anche un fine di comprensione, perché io credo che attraverso la musica noi riusciamo a comprendere tante cose, oltre noi stessi, perché la musica può aprire delle porte interiori che magari senza non riusciremmo ad aprire, scoprendo quindi cosa si cela dietro di esse, ma anche perché può essere anche un mezzo per staccarsi dalla realtà, secondo me.»

Che impatto ha la musica elettronica sul panorama artistico partenopeo?

«Se vogliamo c’è tutto un universo di musica hip-hop, perché a Napoli già dagli anni 90, la cultura hip-hop e rap è diventata abbastanza preponderante, anche perchè la lingua napoletana si sposa molto, come metrica. Potrebbe essere quasi paragonata all’americano, per come può essere tronca la lingua napoletana, essa si sposa bene con il rap. Il rap e l’hip-hop sono generi notoriamente creati on una 909, si parla delle drum-machine, quindi stiamo parlando di musica elettronica. Pertanto la musica elettronica a Napoli è sempre stata, o almeno da una trentina d’anni a questa parte, molto presente»

La vostra ultima canzone, Pale Moon, si colloca all’interno del progetto Endevour, di cosa si tratta e da dove nasce?

«Endevour è stato praticamente il nome di un’astronave della NASA, dello shuttle, io da sempre sono appassionato di viaggi spaziali. Abbiamo deciso di imbarcarci in quest’astronave. Il progetto Endevour è dunque un viaggio, parte dall’astronave, Endevour per l’appunto, e viaggia attraverso i corpi celesti. É il viaggio dell’uomo nel cosmo alla ricerca di una risposta agli interrogativi quotidiani, ai problemi della società, problemi emotivi interiori, un viaggio introspettivo insomma, per cercare soluzioni all’esterno del pianeta Terra.»

La scelta di adottare sonorità tipiche degli anni 80 per la vostra opera è puramente stilistica?

«Si è una scelta sicuramente stilistica, dettata anche, come già detto all’inizio, dalla nostra passione per la musica anni 80, una scelta dettata anche dal nostro background culturale. Oltre una scelta stilistica è forse quello che ci riesce meglio. Non abbiamo scelto volutamente di orientare questo progetto in questa direzione, ma è stata una naturale conseguenza dei nostri pensieri. Ho pensato al viaggio, ho scritto una sceneggiatura, che spero poi un domani possa diventare anche un mini film, un corto, e che magari come colonna sonora possa esserci tutto il disco, perché Endevour è un disco, vanta anche di varie collaborazioni.»

Sig. Imperatore vorrebbe illustrarci alcune delle collaborazioni presenti nel disco Endevour?

«Posso illustrarne qualcuna, partendo dalla più importante che è stata quella con Ricky Portera, il chitarrista fondatore degli Stadio, che ha suonato la chitarra proprio nel brano Endevour, quello che apre l’album, e che non sappiamo ancora quando pubblicare perché avrebbe bisogno di un bel supporto video, ma ci stiamo lavorando.

Gli è piaciuto l’intero album ed ha scelto la canzone nella quale esibirsi, per noi è stato un grande onore.

Poi, sempre in Endevour e nell’ultima canzone, Way Back, abbiamo avuto l’onore di collaborare con un attore inglese, attualmente impegnato in fiction trasmesse sulla CBS, il cui nome è Guy Burns. Ha cantato questi due brani magistralmente.

Abbiamo avuto appunto Clover Ray, che è la cantante di Pale Moon, la quale è una collaboratrice di Robbie Williams, infatti la troviamo come corista nel suo album Rudebox. Abbiamo anche trovato un cantante su YouTube, uno youtuber se vogliamo, che pubblica canzoni quotidianamente e l’abbiamo coinvolto in questo nostro progetto.

Sono tutti madrelingua inglesi, tutti ragazzi inglesi, perché abbiamo voluto appunto dare a questo progetto un ampio respiro, un ampio raggio, obbiettivo raggiungibile tramite la lingua inglese. Abbiamo deciso di far cantare in inglese degli inglesi, attuando un lavoro internazionale»

Da dove deriva il tema del viaggio e perché si tratta proprio di un viaggio nello spazio?

«La teoria del viaggio, della partenza, è una teoria che nella letteratura si è presentata più volte, basti ricordare la teoria del partire, dell’andare via, seppur per differenti ragioni. Mi sovviene adesso l’opera del Verga “I Malavoglia” dove Padron ‘Ntoni si stacca da quelle che sono le sue radici, la sua cultura, per partire e lasciare alle spalle un qualcosa di molto pesante, con ciò non voglio assolutamente paragonarmi al Verga, voglio però affermare che è un tema ricorrente nella letteratura.

Questo viaggio però non nasce da radici letterarie, perché magari io volessi imitare autori che abbiano già trattato questo tema, ma proprio perché appassionato di viaggi spaziali ho voluto intraprendere questo itinerario nello spazio, piuttosto che uno terrestre. É più legato alla mia passione per lo spazio se vogliamo.»

Costruendo un parallelismo tra la vostra opera ed il mondo contemporaneo, il “viaggio spaziale” è riconducibile allo smarrimento, derivante dalla perdita identitaria dell’uomo, alla quale oggi sempre più spesso si rimanda?

«Sì, sì assolutamente. Rispondo in maniera secca. Proprio perché frutto di questo smarrimento, del fatto che non si riesce a trovare una via d’uscita. Personalmente io non riesco a trovare una via d’uscita da questo momento che stiamo vivendo. La conclusione del viaggio però poi è simpatica, nel senso che, noi partiamo, facciamo un percorso, vediamo tante cose belle, siamo molto presi dalla Luna, dalla luce, dall’eventuale scoperta dell’acqua sulla Luna, infatti il prossimo singolo parlerà dell’acqua, però arriviamo alla fine del sistema solare e poi torniamo indietro, perché ci rendiamo conto che il problema non lo possiamo risolvere fuori, è dentro di noi, e quindi dobbiamo tornare necessariamente alla base, perché è lì che siamo nati ed è lì che dobbiamo risolvere i nostri problemi. Fuggire può essere una considerazione, una soluzione, vigliacca. La conclusione è proprio questo colpo strano di scena, si può pensare che il viaggio porti verso la fantasia e che quindi il progetto resti sospeso nella fantasia, non avendo fondamento di realtà, invece noi viaggiamo. É un viaggio di speranza, che però ci porta a poco, ci porta sì alla conoscenza, a guardarci interiormente, però le risposte non le troviamo e quindi torniamo indietro.»

Analizzando il vostro lavoro si potrebbe quindi leggere tra le righe una sorta di critica sociale, era questo l’obiettivo prefissato?

«Assolutamente sì.»

Sig. Imperatore, per concludere, quale messaggio vorrebbe lanciare ai più giovani?

«Quello che penso è che vedo molta pochezza in giro, ma non è dovuto ai giovani. É dovuto ad un qualcosa di più grande. Proprio in mattinata riflettevo al riguardo, secondo me esiste un nucleo che sta decidendo la società dove deve andare e ci indirizza quotidianamente, attraverso i social media, attraverso le mode. Ci indirizza nelle nostre azioni quotidiane, facendoci perdere ogni giorno l’essenziale.

Di questo ho molta paura.

Io spero vivamente che le nuove generazioni, a partire magari dalla scuola, che dovrebbe giocare un ruolo fondamentale in quest’ambito, riescano a ritornare a quello che è veramente importante, attraverso la strada giusta.

Sembra un cliché, ma spero che si riesca a ritornare al rapporto umano, di cui si parla tantissimo, rapporto che si sta perdendo per via dei social, ritornare alla lettura, ritornare al culto del bello, dell’arte, alla scoperta, ad avere un accesso moderato agli strumenti per giungere alla conoscenza.

Essere meno schiavi delle chiavi d’accesso alla conoscenza, ma arrivare alla conoscenza e farla propria, non servendosi sempre e comunque delle chiavi di accesso, maturare una coscienza culturale ben salda, spero di aver reso bene l’idea.

É questo quello che mi auguro, perché lo si sta un po’ perdendo di vista, il focus si sta spostando su altro, e secondo me c’è un’energia, una forza un bel po’ più grande di noi, che con un ipotetico, immaginario, occhio di bue, sposta l’attenzione.

Sono i cosiddetti “distrattori sociali”, però messi un po’ più in maniera grossolana, che fanno perdere di vista, non dico il giusto perché è un qualcosa di soggettivo, ma ci stanno facendo perdere di vista l’essenziale.

L’essenziale che sotto certi profili può anche essere visto come un dato empirico, stiamo parlando del rapporto umano, dell’amore, della tolleranza, ci sarebbe tanto da discutere sotto questo profilo!»

La redazione della testata giornalistica online, XXI Secolo, coglie l’occasione per ringraziare sentitamente Diego Imperatore per la cortesia e la disponibilità dimostrata, nonché per augurare ai Master Main una carriera piena di successi. 

 

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