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martedì, 29 Novembre 2022

Intervista alla dott.ssa Elena De Rosa

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Antonio Luca Russohttps://www.21secolo.news
Studente di Giurisprudenza presso l’Università “Federico II” di Napoli, fin da piccolo appassionato di attualità, scienze, polita ed esteri. Tra un manuale di diritto e l’altro, adora espandere i propri orizzonti con viaggi e letture. Crede fermamente nei princìpi espressi nella nostra Costituzione e nel ruolo fondamentale della Giustizia nella nostra società.

In occasione del primo anniversario del XXI SECOLO, abbiamo intervistato la dottoressa Elena De Rosa, psicologa del distretto 33 dell’ASL Napoli 1, in merito alla prossime iniziative in cantiere per la cittadinanza napoletana.

Dottoressa De Rosa, quali sono i progetti in cantiere che la ASL sta organizzando?

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Dottoressa Elena De Rosa, psichiatra

«Parlare di progetti a Napoli è già un buon inizio, perché si tratta di attività strutturate che hanno obiettivi realizzabili e verificabili. La nostra direzione generale sta spingendo molto sul piano della prevenzione a 360°: l’ultimo progetto in questione riguarda alcune iniziative dell’ASL Napoli 1, ma in particolare del distretto 33, in Piazza Nazionale in una condizione di open space, dove saranno presenti tutti i rami della medicina che sono curati nelle varie unità operative del distretto sanitario. Le tematiche cardine dei progetti sono quindi la prevenzione, l’educazione alla salute, l’informazione alla cittadinanza nell’ottica del recupero della speranza per il cittadino, che consiste nel desiderio di essere compreso, perché tutti hanno bisogno di qualcosa. Inizieremo dall’intercettare i bisogni del cittadino, dandoci così la possibilità di quadrare meglio i nostri servizi sanitari, di rispondere meglio alla domanda di cure e di adattarsi alle loro esigenze, nonostante molti siano gli ostacoli. Ma noi ci proveremo, dando fiducia ai napoletani».

Si riferisce alla fiducia che c’è o che dovrebbe esserci nel rapporto medico-paziente?

«Si, nel rapporto medico-paziente, ma anche nel rapporto di fiducia tra le persone. La fiducia sta venendo a mancare e questo è uno dei motivi della grande presenza di violenza a tutti i livelli, in ambito intrafamiliare, in sociale e globale. Per combattere questa violenza c’è bisogno di recuperare le nostre radici e cercare di eliminare la depressione di cui tanto si parla. Significa quindi riconoscere le persone nella propria emotività, ossia di riconoscere un territorio nella  sua storia. Senza radici noi non abbiamo futuro, perché esse solo la base per la speranza. Per questo noi vogliamo aprire in piazza le porte delle istituzioni, che a volte sembrano dei castelli chiusi e freddi».

Come stanno rispondendo cittadini e istituzioni a queste iniziative?

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In foto: dott. Beniamino Picciano, direttore ASL 33

«Le istituzioni, come dicevo, stanno aprendo le porte. Sicuramente l’asl napoli 1 le ha aperte, organizzando già da un po’ di tempo alcune iniziative legate alla prevenzione insieme alle associazioni locali, con cui dialoga molto e grazie alle quali sarà più facile arrivare ai cittadini. Noi sappiamo bene che la rete di volontariato ha un grosso elemento di forza: la carica emotiva. Le istituzioni, invece, hanno come punto forte la stabilità. Se noi mettiamo insieme queste due caratteristiche, noi possiamo raggiungere un connubio importante che arriva alle persone. Per quanto riguarda la cittadinanza, stiamo vedendo che c’è una grossa rispondenza. Nelle iniziative In Piazza che abbiamo realizzato da un anno a questa parte, molte sono le persone che si sono avvicinate, soprattutto gli anziani, che hanno così potuto combattere anche la solitudine, anche con giornate dedicate a loro».

Che progetti avete per gli anziani?

«Insieme al dottor Picciano abbiamo organizzato il progetto pillole di prevenzione, un’attività all’interno della sala del CUP (Centro Unico Prenotazione – NDR) che fornisce piccole informazioni di grande utilità rispetto a patologie importanti (diabete, patologie cardiache, ecc.) a tutti i cittadini in attesa. Abbiamo così colmato quel vuoto anche attraverso l’introduzione di libri all’interno di questa sala».

Per quanto riguarda il vuoto, causa dei tanti mali che attanagliano Napoli, generato soprattutto dal pregnante individualismo del ‘900, crede che magari una nuova forma di solidarietà possa essere la soluzione ai problemi di questa città?

«Assolutamente si. In merito, la scorsa primavera c’è stata un convegno, La città psicotica, dedicato appunto a Napoli, in cui molti psicanalisti europei hanno dato il loro contributo. La dimensione dell’individualismo che oggi è pregnante in tutto il mondo, nella città di Napoli trova una caratteristica particolarmente forte: quella di un narcisismo esasperato nella protezione del singolo. Tutti questi individualismi creano una frammentazione, non creano un amalgama. Occorrerebbe trovare, quindi, un elemento che possa congiungere tutti questi aspetti, come ad esempio l’elemento culturale della città e del recupero delle radici di cui abbiamo parlato prima. Se saremo in grado di trovare questa matrice culturale, saremo anche in grado di superare l’elemento di solitudine e di depressione. Ciò permetterà al napoletano, strutturalmente timido, di superare l’atavica inferiorità inculcata anche dalla globalizzazione, e che talvolta esorcizza anche con un tipico folklore, riconosciuto ultimamente anche da papa Francesco».

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