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sabato, 3 Dicembre 2022

Intervista a Mari Nobre. Un’artista poliedrica

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Andrea Tarallo
Collaboratore XXI Secolo. Laureato in “Scienze Storiche” presso l’Università degli studi di Napoli “Federico II” con una tesi sulla storia politica e economica dell’Argentina tra XX e XXI secolo

In occasione della recentissima vittoria del Latin Grammys Awards for the ‘Best Children Album of the year’ ottenuta grazie alla collaborazione all’album “Los Animales” di Mister G, e del lancio del nuovo singolo dei Nobresil “Corazon Inmigrante”, noi del “XXI Secolo” siamo riusciti a realizzare in diretta con Los Angeles una video-intervista alla pluripremiata cantante italo-americana Mari Nobre.

 

Da dove nasce, ma soprattutto quando nasce la tua passione per la musica?

Diciamo che l’arte è di famiglia. La musica poi in maniera particolare. Un mio zio è stato Primo basso al Teatro San Carlo di Napoli e mio cugino è Maestro di violino al Conservatorio di Salerno. I miei primi ricordi legati alla musica sono di me che da bambina, già all’età di 4-5 anni, organizzavo nel salone di casa degli spettacolini per i parenti e per qualche amico del palazzo. Quindi penso proprio di poter affermare che più che essere stata io a scegliere la musica è stata la musica a scegliere me.

Quando e perché è nata la decisione di trasferirti negli Stati Uniti?

La decisione di trasferirmi negli States è nata da una precisa volontà di crescita. Seppur molto giovane compresi che in Italia non solo c’erano poche idee nuove in fatto di musica, ma quel che è peggio è che a loro veniva lasciato davvero poco spazio. Mi sono ritrovata davanti un muro di gomma. In America è stato invece fin da subito tutto diverso.  Lì la diversità è vista come un valore; beh quasi sempre. Ed è vero ciò che in genere si dice dell’America: gli Stati Uniti sono una immensa terra di opportunità.

Come è stato adattarsi alla vita americana?

Sicuramente non è stato semplicissimo, ma non posso manco dire che è stato difficile. Storicamente l’America è stata ed è tuttora un paese di immigrazione. Il Sogno Americano ha finito per plasmare il Paese; esso è un qualcosa di radicato nella mentalità e nelle coscienze degli americani, prima ancora di essere ciò di cui aspirano a far parte un giorno tutti coloro che per vari motivi decidono di far rotta verso gli Stati Uniti. La prima cosa su cui ho dovuto lavorare intensamente, a parte la lingua, è stato il mio modo di pensare. Lì tutto è a portata di mano, ma il rovescio della medaglia è che c’è davvero tantissima competizione. Quindi prima si comprende che non è come in Italia dove semmai si è un pesce grande in un acquario piccolo, bensì un pesce piccolo in un acquario immenso; e meglio è.  Io ho vissuto tutto questo come una sfida. Come uno stimolo continuo a migliorarmi. Non ho badato troppo al fatto che fino a quel momento avevo già avuto l’onore di aprire un concerto di Amedeo Minghi e di aver fatto il mio primo tour nazionale all’età di 14 anni.

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Ti è mai venuta voglia di lasciar perdere tutto e di ritornare? Insomma, dal momento che nelle tue vene scorre anche sangue brasiliano, hai mai avvertito un po’ di saudade di Napoli?

Ho tanta nostalgia di Napoli. Ed in effetti non è poi mica tanto una forzatura parlare di saudade riferita a Napoli. Io infatti la trovo molto simile a Rio de Janeiro. Il modo di essere delle persone si assomiglia. Forse nel mio caso alla malinconia si somma anche un po’ la paura di non riconoscere più la mia città. La Napoli che mi porto dentro è quella che si vede nei film di Massimo Troisi e che viene cantata da Pino Daniele. Per quanto riguarda invece la voglia di lasciar perdere tutto, non penso di averla mai realmente provata. Troppi sono stati e sono gli stimoli intorno a me. E poi non saprei rinunciare allo scambio interculturale su vasta scala che gli Stati Uniti ti offrono.

Qual è secondo te il segreto per il successo?

Prima di tutto il talento! Senza di quello non si va da nessuna parte. E poi occorre un insieme di tante cose: determinazione, intraprendenza, mentalità vincente, preparazione, voglia e capacità di mettersi continuamente in discussione e di reinventarsi. Io ad esempio continuo a studiare ancora oggi, continuo ad iscrivermi a master universitari e continuo a vedere le difficoltà come un’occasione che mi viene offerta per migliorarmi. Ricordo ancora cosa mi disse Dorian Holley a proposito del suo incontro con Michael Jackson: “la preparazione, per quanto lunga e faticosa possa essere, non è mai qualcosa di sprecato!”. Egli mi spiegò di essere convinto che non sarebbe stato scelto per il “Bad World Tour” se per tanti anni, una o due volte a settimana, non avesse cantato nel coro gospel della chiesa vicino casa sua. In quel coro, quasi senza accorgersene, egli è infatti cresciuto e maturato non come semplice cantante ma come artista.

A proposito di successo, tu proprio l’altro giorno hai ottenuto un nuovo importantissimo successo. Mi riferisco alla vittoria del Latin Grammys Awards for the “Best Children Album of the year”. Come hai festeggiato, ma soprattutto con chi? 

Ho festeggiato come al mio solito; con moderazione. Ci tengo a condividere certi momenti con le persone a cui tengo di più; niente party sfrenati. Anche l’altra sera ho voluto al mio fianco soltanto gli amici di sempre e tutti coloro che hanno partecipato al progetto di Mister G (al secolo, Ben Gundersheimer). Con loro abbiamo cenato in un sushi restaurant di Las Vegas – dove avveniva la premiazione – e brindato con una bottiglia di champagne.

C’è qualcuno in particolare a cui dedichi questo premio?

A Dio che mi ha dato il dono di saper cantare, a Mister G che mi ha voluto come interprete per una delle canzoni del suo album (“Buenas Noches – Good Night”), a mio marito Leo Nobre che questa volta ha indossato i panni di sound engineer, ai professionisti che hanno permesso la realizzazione di questo cd ed a tutti i bambini del mondo che ne sono i destinatari.

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Documentandomi per questa intervista sono rimasto senza parole per la tua versatilità artistica: canti in 5 lingue, scrivi i testi e le musiche delle tue canzoni, hai fatto teatro, hai recitato come attrice in vari show televisivi, hai preso parte al film di Will Smith “Hitch”, sei uno dei volti degli spot della Sony e sai ballare. Cos’è che alimenta questa tua incontenibile ‘voglia di palcoscenico’?

Per rispondere a questa domanda mi farebbe piacere condividere con i lettori una mia considerazione personale. L’estro artistico è un qualcosa di fluido che non si può racchiudere in una scatola o mettere sotto una etichetta. Per sua stessa natura l’estro artistico tende a cercare sempre nuove forme e nuove occasioni per manifestarsi. E se nel corso del mio percorso di crescita personale e professionale ho fatto tanto è perché ne ho sentito il bisogno. Ho avvertito dentro di me che la mia maturazione passava per tutte queste cose. Non so, forse sarà merito dell’anima latina, della napoletaneità di cui vado orgogliosa, del mio carattere ma – ripeto – fin dal giorno in cui ho deciso di partire alla volta dell’America ho accettato che la mia vita fosse una sfida continua. Fermarsi equivale ad autoescludersi dalla competizione, soprattutto poi qui Oltreoceano. Comunque, oltre a cantare regolarmente in spagnolo, portoghese, inglese, italiano e francese, qualche volta mi sono esibita anche in tedesco e armeno.  È stato emozionante.

Sempre a proposito della tua smisurata versatilità artistica, c’è un genere musicale che senti particolarmente tuo?

A dire il vero, no.  In questo mi sento un poco come Picasso, vado a periodi. Ascolto molto il mio istinto musicale e non bado alle mode del momento quando scrivo le mie canzoni. Mi piace spaziare da un genere all’altro: dal latin pop al jazz brasiliano; e mi piacciono le contaminazioni tra generi diversi e sonorità particolari. Fa parte del mio essere ribelle, libera e spontanea. Tre cose queste che si manifestano anche nel mio “integralismo” in sala di registrazione. Ad esempio, per il mio nuovo singolo “Corazon Inmigrante” la voce l’ho registrata in analogico su nastro e poi soltanto dopo ho utilizzato Pro Tools. Ai giorni nostri siamo ormai rimasti in pochissimi noi cantanti che non ci siamo lasciati sopraffare dalla strumentazione tecnologica; noi che possiamo dire di cantare ancora con la nostra voce.

Dal momento che ne hai parlato, ti chiedo: come sta venendo recepito dal pubblico il tuo nuovo singolo “Corazon Inmigrante”? Potresti poi spiegarci meglio cos’è questa storia di Donald Trump che salta fuori quando si parla della tua canzone?

“Corazon Inmigrante” è un brano di flamenco pop di cui sono autrice del testo. Esso ha visto la partecipazione di tutti musicisti immigrati. Al basso c’è mio marito Leo Nobre che è brasiliano, alla chitarra e al violino i messicani Dan Sistos e Rocio Marron, mentre invece alle percussioni c’è lo svedese Pete Korpela. Di fatto il mio brano si accredita a essere un inno per tutti gli immigrati; a cui tra l’altro è dedicato. È dedicato al contributo di tutti gli immigrati in giro per il mondo e vuole lanciare un messaggio specifico: quella dell’integrazione e del no al razzismo; perché, come dico nel testo, “if we speak with an accent we do not think with an accent”“se noi parliamo con un accento, noi non pensiamo con un accento”. Sono convinta che è proprio in virtù del messaggio in esso contenuto se questo brano – a seguito delle pesantissime dichiarazioni discriminatorie nei confronti degli immigrati del candidato repubblicano alla Casa Bianca, Donald Trump – è divenuto per la gente un inno dalle connotazioni anche politiche. In America i media stanno dando ampio risalto alla opposta visione che io e il signor Trump abbiamo dell’immigrazione. Il brano quindi sta andando forte e questo non può farmi che piacere sia come artista, sia come immigrata naturalizzata.

Un’ultima domanda prima di salutarci. Anzi facciamo due. Com’è lavorare con tuo marito? E, quando pensi di fare almeno un concerto in Italia?

Anche se io e Leo lavoriamo spesso insieme, dal momento che io lui e il sassofonista colombiano Justo Almario formiamo la brazilian jazz band Nobresil, proviamo sempre a lasciare all’altro i propri spazi professionali e personali. Entrambi prendiamo quindi parte a progetti in cui l’altro non è coinvolto. Mentre invece, quando lavoriamo fianco a fianco lo facciamo sempre con grande ironia. Infine, per quanto riguarda il tornare in concerto in Italia, spero proprio che il 2016 possa essere l’anno giusto. Anzi mi sto dando da fare affinché sia effettivamente così; ho troppa voglia di riabbracciare il Belpaese.

XXI Secolo_Andrea Tarallo_ Intervista a Mari Nobre. Un’artista poliedrica, ribelle, libera e spontanea

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