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Il viaggio di Ulisse: mostri, isole e prodigi dell’Odissea

Dal Ciclope alle Sirene, da Circe all’Ade: il viaggio di Ulisse nell’Odissea tra mostri, isole, astuzia e il desiderio di tornare a Itaca.

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Il viaggio di Ulisse: mostri, isole e prodigi dell’Odissea

Il più spettacolare effetto dell’Odissea non è un mostro, una tempesta o un intervento divino. È una voce. Le avventure più celebri di Ulisse emergono dal racconto che l’eroe offre nella reggia di Alcinoo, dove è approdato senza nave, senza compagni e senza avere ancora rivelato il proprio nome. Prima di diventare immagini cinematografiche, Ciclopi, maghe e Sirene sono ricordi trasformati in parole da un naufrago.

L’arrivo nelle sale di The Odyssey di Christopher Nolan, realizzato interamente con cineprese IMAX, riporta al centro dell’attenzione un viaggio narrato da quasi tremila anni. Nel poema ogni approdo sottopone Odisseo a una prova e rivela un diverso modo di accogliere lo straniero. Nel mondo omerico la xenia, l’ospitalità protetta da Zeus, crea infatti un vincolo sacro tra chi giunge da lontano e chi lo riceve. Quando raggiunge i Feaci, il re di Itaca è solo, nudo e stremato dal naufragio.

Un viaggio raccontato al contrario

L’Odissea comincia quando le peregrinazioni sono quasi terminate. Ulisse è trattenuto nell’isola di Calipso, mentre a Itaca i Proci occupano la sua casa e Telemaco cerca notizie del padre. Il passato emerge soltanto più tardi, quando l’eroe ricostruisce davanti ai Feaci le tappe percorse dalla fine della guerra di Troia.

Nei libri dal nono al dodicesimo Odisseo diventa narratore della propria leggenda. L’eroe definito polytropos, «dalle molte risorse» e «dai molti percorsi», possiede anche l’arte di scegliere le parole. La forma in prima persona trasforma il viaggio in un autoritratto: mentre chiede un passaggio verso Itaca, il naufrago seleziona le esperienze capaci di spiegare chi sia diventato.

Da Ismaro alla terra dell’oblio

La prima tappa conduce Odisseo a Ismaro, città dei Ciconi, alleati dei Troiani. I Greci saccheggiano l’abitato e dividono il bottino. Ulisse invita i compagni a ripartire rapidamente; gli uomini continuano a banchettare sulla spiaggia e vengono sorpresi dal contrattacco dei Ciconi dell’interno. La flotta riesce a fuggire dopo avere perduto sei uomini per ogni nave.

Da Ismaro proviene anche lo strumento che salverà l’eroe nella grotta di Polifemo. Odisseo ha risparmiato Marone, sacerdote di Apollo, insieme alla sua famiglia. Per gratitudine, l’uomo gli dona oro, un cratere d’argento e dodici anfore di un vino tanto forte che una sola coppa viene diluita con venti misure d’acqua. Offerto puro al Ciclope, diventerà un’arma più efficace della spada.

Una tempesta spinge poi le navi verso la terra dei Lotofagi. Gli abitanti offrono agli stranieri il loto, un frutto capace di cancellare il desiderio del ritorno. Odisseo trascina i compagni alle imbarcazioni, li lega ai banchi e ordina di riprendere il mare. Il loto agisce con dolcezza: spegne la nostalgia e trasforma la sosta nel desiderio di restare.

Polifemo e l’ospitalità rovesciata

Nella terra dei Ciclopi, chi giunge da lontano diventa una preda. Polifemo chiude Ulisse e dodici compagni nella propria grotta, divora alcuni prigionieri e, come unico «dono», promette a Odisseo di mangiarlo per ultimo.

Ulisse comprende che la morte del gigante li lascerebbe imprigionati dietro il masso posto all’ingresso. Gli offre allora il vino ricevuto da Marone e dichiara di chiamarsi «Nessuno». Quando Polifemo cade addormentato, gli uomini gli trafiggono l’occhio con un palo arroventato. Alle sue grida accorrono gli altri Ciclopi. Quando Polifemo risponde che «Nessuno» lo sta aggredendo, attribuiscono il male agli dèi e si allontanano.

I superstiti escono dalla caverna aggrappati al ventre delle pecore. Dalla nave, però, Odisseo rivela il proprio nome per rivendicare la gloria dell’impresa. Polifemo può così invocare il padre Poseidone e chiedergli di rendere lungo e doloroso il ritorno dell’avversario. Il nome taciuto aveva salvato l’eroe; il nome proclamato alimenta la sua sventura.

Ulisse: Itaca perduta e il porto dei giganti

Eolo, custode dei venti, accoglie i viaggiatori per un mese. Al momento della partenza rinchiude in un otre di pelle bovina tutti i venti contrari e lascia libero soltanto quello capace di spingere le navi verso Itaca.

Per nove giorni Ulisse governa senza riposare. Quando distingue i fuochi accesi sulla costa della patria, cede al sonno. I compagni immaginano che l’otre contenga oro e argento tenuti nascosti dal comandante e sciolgono la chiusura. I venti liberati trascinano la flotta nuovamente da Eolo, che interpreta la disgrazia come un segno dell’ostilità divina e rifiuta un secondo aiuto.

La navigazione conduce quindi alla terra dei Lestrigoni. Quasi tutte le navi entrano in un porto chiuso da alte pareti rocciose; Odisseo lascia la propria imbarcazione all’esterno. I giganti antropofagi scagliano massi sui legni ammassati nel bacino e colpiscono gli uomini caduti in acqua. Ulisse taglia la fune e fugge con l’unica nave superstite.

Circe, il moly e il compagno dimenticato

Ulisse raggiunge quindi l’isola di Eea. Circe accoglie una parte dell’equipaggio con cibo, vino e una bevanda incantata. Dopo averli fatti bere, trasforma gli uomini in porci, lasciando loro la coscienza umana. Ermes consegna allora a Ulisse il moly, un’erba dalla radice nera e dal fiore bianco, difficile da strappare per i mortali. Protetto dalla pianta, l’eroe resiste alla magia e ottiene la liberazione dei compagni.

La permanenza presso Circe dura un anno. Quando Ulisse esprime il desiderio di ripartire, la dea gli rivela che prima di riprendere la rotta verso Itaca dovrà consultare l’indovino Tiresia nel regno dei morti. Durante i preparativi Elpenore, il più giovane del gruppo, si sveglia sul tetto della dimora, precipita e si spezza il collo. Nessuno si accorge della sua morte.

Ulisse: un uomo vivo alle soglie dell’Ade

Con gli animali destinati al sacrificio a bordo, la nave lascia Eea e raggiunge il paese dei Cimmeri, una terra avvolta da nebbia e oscurità, posta ai confini dell’Oceano.

Qui Ulisse scava una fossa, versa latte, miele, vino e acqua, sparge farina e sacrifica un ariete e una pecora nera. Attirate dal sangue, le ombre dei defunti si raccolgono intorno al rito. Omero descrive un incontro sulla soglia dell’oltretomba: Ulisse rimane tra i vivi, mentre i morti risalgono per parlargli.

La prima anima a comparire è quella di Elpenore, il compagno morto poco prima della partenza. Il suo corpo giace ancora insepolto presso la dimora di Circe. L’ombra chiede a Ulisse di tornare sull’isola, bruciare le sue spoglie, innalzare un tumulo e piantare sulla tomba il remo con cui aveva navigato.

Dopo di lui si avvicina Tiresia. L’indovino avverte Odisseo di risparmiare le mandrie del Sole e gli annuncia un ritorno lungo, segnato dalla perdita dei compagni e dalla lotta per riconquistare la propria casa.

Il colloquio più doloroso avviene con Anticlea. Ulisse ignorava la morte della madre e tenta per tre volte di abbracciarla; per tre volte l’ombra gli scivola tra le braccia. Incontra anche Achille, che ridimensiona la gloria eroica: preferirebbe vivere come servo di un uomo povero piuttosto che regnare sui morti.

Terminato il rito, Ulisse torna da Circe, mantiene la promessa fatta al giovane e celebra il funerale. La dea gli indica allora i pericoli successivi: le Sirene, Scilla, Cariddi e le mandrie immortali del Sole.

Le Sirene: dal canto di Omero alle donne-uccello

Ripartita da Eea, la nave si avvicina alla dimora delle Sirene. Omero descrive il prato, il canto e le ossa accumulate intorno alle creature, lasciandone indefinito l’aspetto. L’arte greca antica le rappresenta generalmente con testa o busto di donna e corpo d’uccello. La figura della donna con coda di pesce si afferma molto più tardi attraverso la sovrapposizione con le creature marine dell’immaginario medievale.

Anche il contenuto del canto sorprende. Le Sirene promettono a Ulisse di rivelargli ciò che è accaduto a Troia e quanto avviene sulla terra: la loro seduzione passa attraverso la conoscenza. L’eroe chiude con la cera le orecchie dei marinai e si fa legare all’albero maestro. Quando implora di essere liberato, i compagni stringono le corde e continuano a remare.

Ulisse può ascoltare il sapere proibito perché ha predisposto un limite alla propria volontà. La sua astuzia agisce in anticipo, contro la debolezza che sa di portare dentro di sé.

Scilla, Cariddi e le mandrie immortali

Superate le Sirene, il passaggio tra Scilla e Cariddi impone una scelta dolorosa. Il vortice di Cariddi può inghiottire l’intera nave; Scilla possiede sei teste e afferra altrettanti marinai. Odisseo dirige l’imbarcazione verso il pericolo che consente di salvare il resto dell’equipaggio. L’intelligenza può soltanto contenere la perdita.

I superstiti raggiungono Trinacia, l’isola del Sole. Elio possiede sette mandrie di bovini e sette greggi di pecore, ciascuno formato da cinquanta animali. Il loro numero rimane immutabile nel tempo. Tiresia e Circe hanno raccomandato di lasciarli indenni, ma il cattivo tempo blocca i marinai finché le provviste si esauriscono.

Durante l’assenza di Odisseo, gli uomini uccidono le vacche sacre. Nel poema le pelli cominciano a muoversi e la carne infilzata sugli spiedi emette muggiti. Quando la nave riprende il mare, Zeus la colpisce con il fulmine. L’intero equipaggio muore e Ulisse sopravvive aggrappandosi ai rottami.

Da Calipso a Nausica: l’ultima traversata di Ulisse

Le correnti conducono il naufrago a Ogigia, l’isola di Calipso, posta da Omero nell’«ombelico del mare». La ninfa lo trattiene per sette anni e gli offre immortalità ed eterna giovinezza. Odisseo sceglie Penelope, una vita destinata alla vecchiaia e la terra rocciosa di Itaca. Il ritorno coincide così con l’accettazione della propria condizione mortale.

Quando gli dèi ordinano a Calipso di lasciarlo partire, Ulisse costruisce personalmente una zattera. Poseidone la distrugge durante una tempesta e l’eroe raggiunge a nuoto la terra dei Feaci. Sfinito, si addormenta sotto un mucchio di foglie.

Atena appare in sogno a Nausica, figlia del re Alcinoo, e la induce ad andare al fiume per lavare le vesti. Terminato il lavoro, la principessa e le ancelle giocano a palla; le loro grida svegliano il naufrago. Odisseo emerge dai cespugli coprendosi con un ramo e conquista la benevolenza della giovane attraverso un discorso prudente. Nausica gli offre abiti, cibo e indicazioni per raggiungere il palazzo.

Alla corte dei Feaci l’aedo Demodoco canta la guerra di Troia. Ulisse piange, nasconde il volto e infine rivela la propria identità. Alcinoo gli concede il ritorno su una nave prodigiosa, capace di comprendere la destinazione e attraversare il mare senza timoniere.

La mappa impossibile dell’Odissea

La tradizione ha cercato le tappe del viaggio nel Mediterraneo, collocando Circe sul promontorio del Circeo, i Ciclopi in Sicilia, Scilla e Cariddi nello stretto di Messina e le Sirene lungo le coste campane. Già nell’antichità simili identificazioni suscitavano discussioni.

Al geografo Eratostene viene attribuita una risposta ironica: la rotta di Ulisse sarebbe stata trovata quando fosse stato identificato il calzolaio che aveva cucito l’otre dei venti. Il poema unisce autentiche conoscenze marinare a isole galleggianti e territori meravigliosi, costruendo una geografia sospesa tra esperienza e immaginazione.

Ulisse verso Itaca

Ulisse aveva lasciato Troia alla guida di dodici navi cariche di guerrieri e bottino. Al termine delle peregrinazioni possiede soltanto la storia di ciò che ha perduto. Proprio quella storia gli restituisce un nome, suscita la generosità di Alcinoo e gli procura finalmente un passaggio verso casa.

Quando la nave dei Feaci parte, Ulisse dorme. Dopo aver governato per giorni senza chiudere gli occhi, aver perduto la patria quando era già visibile e aver costruito da solo la propria zattera, può finalmente affidare ad altri la rotta. Il mare gli ha sottratto la flotta, i compagni e il bottino; gli ha lasciato il nome e il racconto con cui presentarsi nuovamente al mondo.