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Il ritorno di Ulisse a Itaca: Argo, l’arco e il segreto del letto

Il ritorno di Ulisse a Itaca: il travestimento, Argo, la gara dell’arco, la vendetta sui Proci e il segreto del letto di Penelope.

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Il ritorno di Ulisse a Itaca: Argo, l’arco e il segreto del letto

Ulisse raggiunge Itaca nel sonno. Dopo dieci anni di guerra e altrettanti di peregrinazioni, l’uomo che ha attraversato tempeste, isole incantate e dimore divine viene deposto sulla costa senza accorgersi di nulla. I Feaci lo sollevano dalla nave ancora avvolto nel lenzuolo e lo adagiano sulla sabbia, accanto ai doni ricevuti nella reggia di Alcinoo.

Il ritorno più atteso della letteratura occidentale comincia così, nel silenzio di un’alba. Il mare ha terminato la propria parte, mentre la prova decisiva attende l’eroe dentro la sua casa. Dal tredicesimo libro l’Odissea cambia spazio e ritmo: alle creature meravigliose subentrano volti familiari, servi fedeli, traditori e uomini che banchettano nel palazzo altrui. Ulisse dovrà liberare la reggia senza rivelarsi troppo presto.

La patria nascosta dalla nebbia

Il viaggio ha però un ultimo prezzo. Appena i Feaci ripartono dal porto di Forco, Poseidone pietrifica l’imbarcazione per punire il popolo che ha aiutato il suo avversario. Il prodigio chiude simbolicamente l’epoca delle traversate: il mezzo che ha ricondotto Odisseo in patria rimane immobilizzato per sempre.

Al risveglio Ulisse guarda la costa e non la riconosce. Atena ha avvolto il paesaggio nella nebbia per proteggere il suo arrivo e preparare la vendetta contro i Proci. Il naufrago crede di essere stato abbandonato in una terra straniera e, prima ancora di cercare degli abitanti, conta con scrupolo i tripodi, l’oro e le vesti ricevute in dono.

Atena gli appare sotto le sembianze di un giovane pastore. Odisseo le racconta immediatamente una falsa storia sulla propria origine cretese e su una fuga compiuta dopo un omicidio. La dea sorride: l’uomo continua a inventare menzogne perfino davanti alla sua protettrice. Soltanto quando la nebbia si dissolve, il paesaggio familiare riemerge. L’eroe bacia la terra, nasconde i tesori in una grotta e accetta di essere trasformato in un vecchio mendicante.

Il primo rifugio è la capanna di Eumeo, il guardiano dei porci. Il servo accoglie lo sconosciuto, gli offre cibo, vino e un posto dove dormire. La xenia, l’ospitalità sacra violata da Polifemo e dai Proci, sopravvive nella dimora più povera dell’isola. Eumeo onora il sovrano nel momento in cui il travestimento gli impedisce di riconoscerlo.

Ulisse: Penelope e la casa occupata

Nel palazzo la lunga assenza di Ulisse ha prodotto una crisi politica. I Proci, giovani appartenenti ai casati più influenti di Itaca e delle isole vicine, aspirano alla mano di Penelope e consumano ogni giorno le ricchezze della casa. Il matrimonio con la regina permetterebbe a uno di loro di impadronirsi del patrimonio di Ulisse e rafforzare la propria pretesa al potere. Telemaco rappresenta l’ostacolo da eliminare.

Penelope ha trattenuto i pretendenti con l’inganno della tela. Ha promesso di scegliere un nuovo marito dopo avere terminato il sudario destinato al vecchio Laerte. Per tre anni ha tessuto durante il giorno e disfatto il lavoro alla luce delle torce. Nel quarto anno una serva ha svelato il raggiro, costringendola a completare la stoffa.

Anche Penelope combatte attraverso l’astuzia: il marito inventa identità, lei manipola il tempo.

Telemaco incontra il padre

Telemaco ritorna dal viaggio a Pilo e Sparta, intrapreso per cercare notizie del padre, e raggiunge il rifugio del porcaro Eumeo. Il servo lo accoglie con profonda commozione. Seduto poco distante sotto l’aspetto di un mendicante, Odisseo osserva in silenzio e controlla ogni gesto.

Quando il porcaro parte per avvertire Penelope, Atena restituisce temporaneamente al mendicante il suo aspetto. Il giovane vede comparire davanti a sé un uomo alto, vigoroso e rivestito di abiti puliti; abbassa gli occhi e lo scambia per una divinità. A sciogliere l’equivoco è la rivelazione del padre finalmente tornato.

Cresciuto senza ricordi condivisi con l’uomo che lo abbraccia, Telemaco fatica a credergli. Padre e figlio preparano allora la riconquista del palazzo e stabiliscono di sottrarre le armi ai Proci. Eumeo e il bovaro Filezio si uniranno al piano durante lo scontro.

Ulisse: Argo riconosce il padrone

Odisseo entra in città ancora travestito. Davanti al palazzo giace Argo, il cane che aveva allevato prima di partire per Troia. Un tempo accompagnava i cacciatori e nessuna preda riusciva a sfuggirgli; ora, vecchio e trascurato sopra un mucchio di letame, possiede appena la forza di sollevare il capo.

Avvertita la presenza del padrone, abbassa le orecchie e muove la coda. L’uomo volta il viso per nascondere una lacrima a Eumeo. Argo muore subito dopo, al termine di un’attesa durata vent’anni. Il suo istinto attraversa il travestimento senza bisogno di parole o prove.

Il re trasformato in mendicante

Varcata la soglia, Odisseo osserva la propria casa dal punto più basso della gerarchia. Chiede cibo ai Proci, ascolta i loro discorsi e misura la condotta di ciascuno. Antinoo, il più arrogante dei pretendenti, gli scaglia contro uno sgabello. Il colpo raggiunge la spalla del mendicante, che rimane immobile e trattiene la collera.

Il travestimento fa del banchetto una prova della xenia. I pretendenti divorano le risorse del padrone e maltrattano uno straniero, offendendo un supplice proprio sotto il suo tetto.

La tensione si interrompe per un episodio quasi comico. Arriva intanto Iro, il mendicante abituale di Itaca, il cui vero nome è Arneo. Il soprannome richiama Iris, messaggera degli dèi, poiché l’uomo correva a svolgere commissioni. Temendo di perdere il proprio spazio, provoca il nuovo venuto e viene spinto dai Proci a combattere. Odisseo scopre per un istante le cosce e le spalle muscolose; gli spettatori comprendono che sotto i cenci si nasconde un corpo sorprendente. Il re lo abbatte con un solo colpo, dosando la forza e proteggendo l’anonimato.

Euriclea e la cicatrice del cinghiale

Durante la notte la regina interroga il mendicante. Odisseo assume una nuova identità cretese e sostiene di avere ospitato il sovrano molti anni prima. La descrizione del mantello, della tunica e della spilla coincide con gli oggetti preparati dalla moglie, che piange davanti all’uomo seduto a pochi passi da lei.

La regina ordina alla vecchia Euriclea di lavare i piedi dell’ospite. La nutrice lo aveva accolto appena nato e, toccandogli la gamba, riconosce la cicatrice lasciata da un cinghiale durante una caccia sul monte Parnaso. Il piede ricade nel bacile, il bronzo risuona e l’acqua si rovescia a terra. La donna tenta di richiamare l’attenzione di Penelope, ma Odisseo le impone il silenzio.

Il poema interrompe la scena per raccontare l’origine della ferita. Da ragazzo Odisseo aveva visitato il nonno materno Autolico, celebre per l’abilità nel furto e nei giuramenti. Durante una battuta di caccia un cinghiale lo aveva colpito sopra il ginocchio. Autolico aveva anche scelto il nome del nipote, collegandolo a una radice greca che richiama l’ira e l’ostilità.

Penelope ha già riconosciuto Ulisse?

Il colloquio costituisce uno dei passaggi più discussi dell’Odissea. La regina ascolta una descrizione esatta degli abiti del marito, sente annunciare il suo imminente arrivo e racconta un sogno: un’aquila uccide venti oche, poi dichiara di essere il sovrano venuto a punire i pretendenti.

Subito dopo viene annunciata la gara dell’arco. Il testo conserva una sottile ambiguità: la donna potrebbe avere intuito l’identità dell’ospite oppure limitarsi a sperare che il sogno annunci una svolta. Omero mantiene il riconoscimento ufficiale per il finale, lasciando che il lettore osservi due maestri dell’astuzia parlarsi attraverso racconti, allusioni e prove.

L’arco e le dodici scuri

La regina porta nella sala il grande arco del marito. Donata da Ifito, l’arma era rimasta a Itaca mentre il suo proprietario combatteva a Troia, custodita come ricordo dell’amico. La prova consiste nel tendere la corda e scagliare una freccia attraverso dodici scuri disposte in fila.

Telemaco prepara il campo e tenta per primo. Per tre volte tende l’arco senza riuscire a completare il gesto; al quarto tentativo potrebbe farcela. Il padre gli fa cenno di fermarsi. Il dettaglio mostra quanto il figlio sia cresciuto e conserva al sovrano il privilegio della prova decisiva.

I Proci falliscono uno dopo l’altro. Scaldano l’arco vicino al fuoco e lo ungono per renderlo più flessibile. Quando l’arma passa allo straniero, Odisseo la esamina e tende la corda con la facilità di un musicista che accorda la lira. Il suono viene paragonato al canto di una rondine. La freccia attraversa tutte le scuri ed esce oltre l’ultima.

Ulisse: la vendetta sulla soglia

Dopo il tiro, il mendicante sale sulla soglia e lascia cadere i cenci. La prima freccia colpisce Antinoo mentre solleva una coppa. I presenti pensano a un incidente; la dichiarazione dell’arciere rivela il padrone e trasforma il banchetto in battaglia.

Il figlio combatte accanto al padre, mentre Eumeo e Filezio chiudono gli accessi. Il capraio Melanzio procura armi ai pretendenti attraverso un passaggio verso il deposito, finché i fedeli riescono a bloccarlo. Atena assiste allo scontro nelle sembianze di Mentore e interviene nel momento decisivo.

Il castigo distingue responsabilità differenti. L’aedo Femio, costretto a cantare durante i banchetti, e l’araldo Medonte vengono risparmiati. Cadono invece i pretendenti e i membri della servitù che li hanno aiutati. La vittoria ristabilisce l’autorità regale e apre un nuovo pericolo: i morti appartengono ai principali casati dell’isola.

Il letto costruito attorno all’ulivo

La nutrice corre dalla regina e annuncia il ritorno del re. Penelope scende nella sala, si siede davanti al marito e rimane a lungo in silenzio. Telemaco la rimprovera per la freddezza. Lei conosce il potere degli inganni e attende un segno che appartenga soltanto a loro.

La donna ordina quindi a Euriclea di spostare il letto nuziale fuori dalla camera. Odisseo reagisce con dolore e descrive il modo in cui lo aveva costruito. Nel cortile cresceva un grande ulivo; aveva edificato la stanza intorno al tronco, levigandolo fino a ricavarne uno dei sostegni. Per muovere il mobile sarebbe necessario abbattere l’albero oppure distruggere la camera.

Il dettaglio scioglie ogni dubbio. Quel mobile radicato nella terra riunisce natura e lavoro umano, memoria e stabilità: il matrimonio conserva una radice viva nel centro della casa.

Quella notte i coniugi si raccontano ciò che hanno attraversato. Lei parla degli anni trascorsi tra i Proci; lui ripercorre le tappe del viaggio. Le avventure narrate ai Feaci diventano private, destinate alla donna per la quale l’eroe ha rinunciato all’immortalità.

Laerte e la pace finale

Il poema prosegue oltre il ricongiungimento. Raggiunto il podere di Laerte, Odisseo sottopone anche il padre a un racconto inventato, poi mostra la cicatrice e ricorda gli alberi ricevuti nell’infanzia. La memoria del frutteto convince il vecchio.

Intanto i familiari degli uccisi si riuniscono sotto la guida di Eupite, padre di Antinoo, e avanzano verso il podere. Lo scontro rischia di trasformare la vendetta privata in una guerra civile. Laerte abbatte Eupite; Odisseo e Telemaco si preparano a inseguire gli avversari, poi la voce di Atena arresta entrambe le parti.

Zeus ordina che sulla strage scenda l’oblio e che a Itaca tornino prosperità e pace. Il poema termina con un patto imposto dagli dèi. La vittoria diventa duratura soltanto quando si spezza la catena delle rappresaglie e l’autorità ritrova una comunità.

Il nome ritrovato

In mare Odisseo si era salvato nascondendo il nome dietro «Nessuno». Giunto in patria, deve compiere il percorso inverso e dimostrare alle persone amate chi sia davvero. Ha attraversato il mare per tornare alla sua isola; deve attraversare la propria isola per tornare a essere Ulisse.