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lunedì, 29 Novembre 2021

Il Monte di Pietà di Napoli: un pezzo di storia

Un tesoro pubblico nel cuore di Spaccanapoli.

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Il Monte di Pietà di Napoli fu fondato nel 1539 su iniziativa dei frati dell’ordine francescano e da un gruppo di aristocratici napoletani, primi fra tutti Aurelio Paparo, Gian Domenico di Lega e Leonardo di Palma Castiglione, con l’intento di concedere prestiti su pegno senza interesse a persone bisognose.

Durante gli anni tra il 1532 e il 1553, Don Pedro de Toledo fu viceré di Napoli per conto di Carlo V d’Asburgo. I due donarono alla città anni di serenità e prosperità, dando inizio anche ad un vasto programma di opere pubbliche.

Il governo spagnolo, a causa dell’aumento della popolazione, aveva un forte bisogno di istituzioni affidabili per soccorrere la popolazione prestando denaro, contrastando il fenomeno dell’usura che si era sviluppato tra il Duecento e il Trecento.

Nella seconda metà del secolo XVI, l’attività del Monte si ampliò, rendendo necessaria una più complessa organizzazione. L’istituto cominciò a ricevere anche depositi, dando così vita all’attività bancaria. La cassa di depositi del Monte di Pietà venne infatti riconosciuta con bando vicereale nel 1584. Il successo del Monte portò alla nascita di altri sette banchi pubblici, sorti a Napoli tra il XVI e il XVII secolo.

Nel 1544 il Monte di Pietà ottenne un piccolo locale nel cortile della Casa Santa dell’Annunziata e qui rimase fino al 1592. Nel 1597 il banco, acquistò il palazzo dalla vedova di Girolamo Carafa, demolendolo e ricostruendolo su disegno dell’architetto Giovan Battista Cavagni. Al palazzo venne aggiunta anche una piccola cappella a cui lavorarono artisti come Michelangelo Naccherino, Pietro Bernini, Belisario Corenzio e Fabrizio Santafede, che oggi rappresenta senza dubbio il maggior motivo di pregio dell’architettura.

Il Pio Monte di Pietà è un vero e proprio tesoro pubblico, un pezzo di storia partenopea custodito nel centro di Spaccanapoli, ma che ad oggi rischia, come molte altre importanti memorie storico-culturali della città di Napoli, di essere dato in gestione a privati, destinandolo ad attività incoerenti con il valore (storico, artistico, culturale e sociale) che lo vide nascere.

 

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