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sabato, 2 Luglio 2022

Il fascino dei miti e delle leggende del Sur a Napoli

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Andrea Tarallo
Collaboratore XXI Secolo. Laureato in “Scienze Storiche” presso l’Università degli studi di Napoli “Federico II” con una tesi sulla storia politica e economica dell’Argentina tra XX e XXI secolo

Ieri pomeriggio, nella Sala Simón Bolívar presso la Sezione Venezuelana della Biblioteca Nazionale di Napoli si è tenuto un nuovo incontro del ciclo di letture dedicato al rapporto tra figure femminili e letteratura organizzato dal Consolato della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli, dal titolo ‘Donne fra miti e leggende’.

Buona la presenza di pubblico, tenuto conto che la pioggia tende solitamente a impigrire i napoletani. Nel corso di un’ora e mezza, guidati dalla voce del Console Aggiunto Marnoglia Hernández Groeneveledt – grazie anche al supporto di appunti distribuiti ai presenti ed alla proiezione di slides – le persone intervenute hanno potuto a seconda dei casi lasciarsi sedurre od atterrire da: La Llorona, La Sayona e La Chinigua di Margarita. Così come annunciato dalla locandina dell’evento, quello fatto ieri è stato veramente un viaggio nel mondo della fiaba latinoamericana; dove il reale si mescola al meraviglioso.

Patrimonio culturale di popoli, queste figure femminili appartenenti alla tradizione orale sono arrivate fino ai giorni nostri alla stregua di un’eredità lasciata da una generazione all’altra, arricchendosi di volta in volta di particolari e di sensibilità ora spagnole ora africane. Complice la sconfinata ricchezza folklorica della cultura partenopea, di racconto in racconto, le distanze geografiche si sono azzerate; fin quasi a dar vita a un’unica grande comunità di mitos sureños, di miti del Sud. Del resto sia la nostra che l’America Latina sono terre di miti e leggende magiche.

La leggenda della Llorona (piagnucolona) racconta la storia di una donna che esasperata dal pianto ininterrotto del proprio figlio malato, lo uccise. Maledetta dal marito per il proprio atto criminale, ancora oggi la sua anima si aggira errabonda per il mondo intero seminando il panico con le proprie urla di dolore agghiaccianti. Credenza popolare vuole che quando i cani guaiscono nell’oscurità della notte è perché La Llorona sta vagando.

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Quella della Sayona (che indossa un grande saio) è una leggenda risalente all’epoca coloniale. La storia racconta di una tale Casilda uccise il proprio marito e la propria madre pensando che i due avessero una tresca. Maledetta in punto di morte dalla madre, La Sayona è divenuta un mutaforma di sesso femminile solito manifestarsi agli uomini cascamorti e donnaioli; tanto da essere comunemente identificata come un’entità castigatrice dell’infedeltà amorosa. Infatti è sua intenzione sedurre gli uomini infedeli, attrarli in direzione del cimitero senza lasciarsi mai vedere in viso e poi ucciderli.

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La Chinigua è invece una donna che consapevole della sua bellezza, in vita ha flirtato con numerosi uomini senza mai donare a nessuno il proprio cuore. Quando è morta non è stata accolta in cielo ma venne rispedita sulla terra, a mo’ di condanna, affinché si innamorasse realmente. Per questo vaga per il mondo in cerca di marito, con una preferenza per gli uomini giovani e belli. A prima vista La Chinigua non spaventa; appare infatti come una donna alta e slanciata, con una distesa di capelli che le arrivano alle ginocchia, ma in realtà è uno scheletro che indossa un vestito. Quando si innamora di un uomo lo insegue dappertutto e il suo obiettivo è ucciderlo per portarlo con sé all’altro mondo. L’unico modo per sbarazzarsene è colpirla con un bastone di pino tagliato il giorno di Venerdì Santo, in quanto il pino tagliato in quel giorno versa il sangue che Cristo versò per l’umanità.

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L’incontro si è poi concluso con la presentazione del mito di Maria Lionza. Esempio di sincretismo religioso venezuelano in cui la fede cattolica si fonde con la tradizione indigena e con il misticismo africano. Una devozione che secondo alcune ricerche sarebbe aumentata nel corso degli ultimi anni fino a contare tra i propri seguaci circa il 30% della popolazione venezuelana; tanto da essersi garantita pieno riconoscimento costituzionale (art. 59 sulla libertà di culto). Vissuta tanti e tanti anni fa tra i monti dello Stato Yaracuy, Maria Lionza – il cui nome indigeno è andato a perdersi con il consolidamento del cristianesimo – era una principessa indigena dagli splendidi occhi verdazzurri, dal sorriso dolce e dal profumo di orchidea che un giorno venne rapita da una anaconda che, vedendola, se ne innamorò fino al punto di volerla condurre con sé negli abissi della laguna di cui era Signore. Secondo alcuni a salvarla furono gli Déi adirati per la tracotanza del serpente, secondo altri invece fu un’onza. Tutti invece concordano sul fatto che da quel giorno la principessa indigena dagli occhi acquamarina divenne padrona delle acque e protettrice di flora e fauna.

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