Caso Capolungo Uno Bianca: “Non fu una rapina, ma un’esecuzione”.
A più di trent’anni dai delitti della banda della Uno Bianca, emergono nuovi elementi che riaprono interrogativi mai del tutto chiariti sul caso di Capolungo, la banda della Uno Bianca, uno degli episodi più oscuri di quella stagione criminale. Il caso di Capolungo, la banda della Uno Bianca, torna infatti al centro dell’attenzione dopo le recenti dichiarazioni di Roberto Savi, mentre magistrati, storici e familiari delle vittime continuano a chiedersi quali verità non siano mai emerse completamente. Si intreccia con il duplice omicidio dell’armeria di via Volturno, avvenuto il 2 maggio 1991, e con possibili collegamenti mai approfonditi tra ambienti delle forze dell’ordine e attività clandestine.
Secondo quanto emerso recentemente, quella che per anni è stata raccontata come una rapina finita nel sangue potrebbe essere stata, in realtà, una vera e propria esecuzione mirata. A sostenerlo è stato Roberto Savi, uno dei membri della banda, durante un’intervista televisiva rilasciata al programma Belve.
Al centro della vicenda torna così la figura di Pietro Capolungo, ex carabiniere che lavorava nell’armeria teatro del duplice omicidio. Le nuove dichiarazioni hanno riportato sotto i riflettori un intreccio inquietante fatto di sospetti, omissioni e possibili collegamenti tra ambienti delle forze dell’ordine e attività clandestine mai approfondite fino in fondo.
Il mistero del poligono abusivo
Uno degli aspetti più controversi riguarda l’esistenza di un presunto poligono abusivo frequentato, secondo alcune testimonianze dell’epoca, anche da appartenenti alle forze dell’ordine.
Nel 1991 sarebbero state effettuate almeno tre comunicazioni riservate a diversi militari, tra carabinieri, Guardia di Finanza e un alto funzionario del Sismi, per segnalare l’esistenza di questo luogo. Eppure, nonostante la gravità delle informazioni, non sarebbero mai partiti accertamenti approfonditi.
Una circostanza che oggi appare ancora più anomala alla luce dei possibili collegamenti con la banda della Uno Bianca. Quel poligono, infatti, sarebbe stato legato anche all’armeria di via Volturno, luogo in cui i fratelli Savi e gli altri componenti della banda avrebbero potuto reperire armi e munizioni.
Le parole dell’avvocato Gamberini
A rilanciare i dubbi è anche l’avvocato Antonio Gamberini, storico legale di alcune vittime della Uno Bianca. Secondo il penalista, Pietro Capolungo potrebbe aver intuito qualcosa sui movimenti dei fratelli Savi e sui loro contatti.
“Forse aveva capito qualcosa sui Savi, che lì si rifornivano, e lo aveva confidato a un carabiniere o a qualcuno dei Servizi, firmando così la sua condanna a morte”, ha osservato il legale.
Una ricostruzione che, se confermata, cambierebbe radicalmente la lettura del delitto di via Volturno: non più un semplice episodio di criminalità finalizzato alla rapina, ma un omicidio studiato per eliminare una persona ritenuta pericolosa.
La lunga ombra della Uno Bianca
La banda della Uno Bianca rappresenta ancora oggi una delle pagine più drammatiche della cronaca italiana. Tra il 1987 e il 1994 il gruppo criminale, composto principalmente da poliziotti in servizio, seminò terrore tra Emilia-Romagna e Marche con rapine, omicidi e assalti armati.
Il bilancio finale fu devastante: 24 morti e oltre cento feriti. La scoperta che dietro quei delitti si nascondessero uomini appartenenti alle istituzioni provocò uno shock profondo nell’opinione pubblica italiana.
Nonostante le condanne definitive, molti aspetti della vicenda continuano ancora oggi ad alimentare dubbi e interrogativi. Le recenti dichiarazioni di Roberto Savi e le nuove riflessioni sul caso Capolungo riaccendono il dibattito su eventuali coperture, omissioni investigative e verità mai completamente emerse.
Un caso che continua a dividere
A oltre trent’anni dai fatti, il caso dell’armeria di via Volturno torna quindi al centro dell’attenzione mediatica e giudiziaria. Le anomalie investigative dell’epoca, unite alle nuove testimonianze, potrebbero spingere verso ulteriori approfondimenti storici e giudiziari su una delle vicende più controverse legate alla Uno Bianca.
Nel frattempo resta aperta una domanda che accompagna da anni familiari delle vittime e opinione pubblica: quanto si sapeva davvero della banda prima del suo arresto?




