Il 15 giugno del 1300 Dante Alighieri venne eletto Priore di Firenze, la carica più alta in città.
Si trattava del massimo riconoscimento politico-giuridico del tempo, utile ad ambire alla guida del Comune fiorentino. Successivamente sarà il Sommo Poeta stesso a far risalire il proprio esilio alle decisioni prese durante l’attività di Priore.
15 giugno: una data di “Somma importanza”
Una città ambigua quella di Dante, caratterizzata da un infausto destino, che condannò all’esilio alcuni intellettuali, accogliendo però, molti esuli.
Se la Firenze contemporanea a Dante mandò in esilio il Sommo poeta, quella di Foscolo ad esempio, diventa ipotetica nuova patria e dunque città capace di offrire accoglienza.
Si trattava di una città ricca, in piena espansione economica, ma letteralmente lacerata da violente faide interne.
Dante, pur essendo di origine nobile, per poter partecipare attivamente alla vita politica, si iscrive all’Arte dei Medici e Speziali (la medicina e la farmaceutica all’epoca includevano anche i filosofi e i commercianti di spezie e pigmenti).
Il Sommo Poeta si iscrisse alla corporazione dei Medici e Speziali. Durante il suo mandato, si oppose fermamente alle ingerenze di Papa Bonifacio VIII e alle mire della fazione dei Guelfi Neri.
Come si diventava Priori?
Dinnanzi al Consiglio generale di Firenze, Dante rappresentò i Fiorentini, uniti per organizzare l’elezione del nuovo capitano della Taglia guelfa di Toscana e persuadere i Sangimignanesi a parteciparvi. La perorazione del “nobilem virum Dantem de Allegheriis anbaxiatorem comunis Florentie” non restò inascoltata, e i Sangimignanesi nominarono i loro delegati al convegno della Taglia, il quale avrebbe dovuto aver luogo a Empoli, dove s’erano svolte le precedenti radunanze.
I sei priori entranti (tra cui Dante) e il Gonfaloniere di Giustizia si riunivano con i priori uscenti. Davanti al notaio del Comune, prestavano solenne giuramento di fedeltà agli Ordinamenti di Giustizia e agli statuti cittadini, promettendo di fare il bene del popolo. Non si svolgeva una vera e propria cerimonia pubblica, anzi si trattava di una giornata scandita da ritmi piuttosto rigidi e da severi protocolli da rispettare.
Dopo l’assegnazione del mandato, tutti i priori entravano letteralmente in clausura. Durante i due mesi del mandato, il Sommo Poeta e i colleghi ebbero il divieto assoluto di lasciare l’edificio, Torre della Castagna.
Dante riuscì a fare poco, nonostante i tanti progetti da realizzare. Secondo il governo della Repubblica, all’epoca, l’incarico di Dante Alighieri come priore durò esattamente due mesi e terminò il 15 agosto 1300.
A Firenze l’incarico dei priori era volutamente molto breve per evitare l’accentramento del potere.
Il bimestre da Priori sarà la gloria e la rovina di Dante: l’ostilità contro Bonifacio VIII e i Neri lo resero un facile bersaglio.
Il Sommo Poeta fu condannato in contumacia al rogo e all’esilio perpetuo. Non rivedrà mai più la sua amata Firenze. La carica di Priore costrinse Dante ad esporsi in prima persona, a compiere scelte con cui fu preso letteralmente di mira dai suoi stessi alleati, che alla prima occasione utile si vendicarono distruggendo completamente la sua vita civile. C’è da dire però, che probabilmente senza quel priorato, probabilmente, non avremmo mai avuto la Divina Commedia.





