Hikikomori: La sindrome sbarca anche in Italia.

Sono sempre più frequenti i casi di Hikikomori sul nostro territorio, di persone che vivono la loro quotidianità recluse e sempre più emarginate da ogni contesto sociale, il tutto farebbe pensare ad iter comportamentale, le cui radici attecchiscono in questa sindrome nata in Giappone.

Non sono solamente i social network o i vari mezzi di comunicazione a veicolare i nostri rapporti interpersonali, ad oggi sono sempre più pressanti le voci di una patologia che lede i tessuti mentali in un individuo, azzerandone praticamente la sua esistenza.
Un iter che si sviluppa principalmente nella fase preadolescenziale, laddove la persona sviluppa i suoi interessi primari, dando una codificazione più marcata al suo stile di vita.
Il soggetto affetto da tale disturbo fa della propria stanzetta il suo mondo, sviluppando un atteggiamento di riluttanza verso la realtà circostante, secondo l’ordine dei psicologi questo è un modus comportamentale atipico, poiché entra in netto contrasto con chi ha un regolare tenore di vita.
Molto spesso le persone affette da Hikikomori, sono solite a compiere dei gesti che possono compromettere le regolari funzioni vitali: saltare i pasti, non andare in bagno, atteggiamenti ossessivo compulsivi, verso di se e verso il prossimo, caratterizzati inoltre da una letargia cronica che costringe l’individuo a passare tutte le ore del giorno e della notte rinchiuso nelle sue quattro mura.
Le categorie più a rischio di contrarre tale disturbo sono i nerd, una cerchia di ragazzi che sfrutta interamente il proprio tempo libero per giocare o navigare in internet, secondo una stima, in Italia ci sarebbero oltre 100 mila i casi, secondo gli esperti sono stati etichettati con la frase “reclusi in casa“, appunto perché svolgono tutte le loro funzioni giornaliere tra le mura domestiche.
Ad oggi i medici non hanno raccolto delle informazioni utili a stilare una terapia mirata al fine di attenuare questa sintomatologia, poiché le poche diagnosi riscontrabili hanno sortito un effetto negativo sui pazienti che si sono sottoposti a tali trattamenti.

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