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venerdì, 19 Agosto 2022

Hijab vs Minigonna: la campagna mediatica che divide il mondo arabo

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Ismahan Hassen
Ismahan Hassen, tunisina d’origine e napoletana d’azione. Dottoressa magistrale in “Scienze delle lingue, storia e culture del Mediterraneo e dei Paesi islamici” con una tesi di laurea sull’evoluzione del sistema socio-economico tunisino da Ben Ali alla Rivoluzione dei gelsomini. Attratta da tutto ciò che riguarda Medio Oriente e Maghreb, dal 2012 ha collaborato come web editor con diversi siti d’informazione online. Interessata anche a questioni riguardati il tema dell'immigrazione e delle cosiddette "seconde generazioni", attualmente fa parte anche della redazione di Yalla Italia, il blog delle seconde generazioni e di Migrador Museum, storie di immigrati in Italia.

Cosa fa di un uomo un uomo? Secondo quanto risulta da una campagna mediatica che ha avuto inizio in Algeria due settimane fa, un vero uomo sarebbe colui che “riesce a tenere sotto controllo il modo in cui le donne della sua famiglia si vestono, e che riesce ad assicurarsi che esse siano adeguatamente coperte quando si mostrano in pubblico”.

La pagina di Facebook nata da questa campagna, che porta il titolo (tradotto in italiano) Sii uomo, non lasciare che le tue donne escano scoperte ha conquistato migliaia di Like nel giro di pochissimi giorni. All’interno della pagina, oltre a condividere messaggi di apprezzamento per l’iniziativa, molti uomini condividono versetti del Corano accanto alla pubblicazione di foto che li ritraggono in abiti definiti “tradizionali” e “conservatori”, insieme alle donne della loro famiglia rigorosamente velate. Sostenendo con convinzione che indossare l’hijab, accompagnato ad un “abbigliamento modesto”, rappresenta per le donne una fonte di protezione dalle attenzioni indesiderate, alcuni commentatori della pagina hanno anche postato foto che paragonavano l’abbigliamento modesto o meno delle donne, all’aspetto di determinati oggetti. Una delle foto in questione, ad esempio, rappresenta due lecca-lecca a confronto: uno avvolto nella sua confezione, e l’altro invece scartato e ricoperto di mosche. La didascalia che accompagna la foto, recita:  “Tu non puoi fermale (in riferimento alle mosche)  ma puoi proteggerti da loro”.

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Questa forte campagna mediatica algerina, ha suscitato però un altrettanto forte reazione da parte di alcuni attivisti laici nella vicina Tunisia, paese noto per le sue idee progressiste in materia di diritti delle donne rispetto agli altri Stati nella regione. Primo fra tutti a reagire alla campagna in questione, è stato proprio l’attivista tunisino Rachid Ben Othman che ha cominciato a condurre una controffensiva virtuale in segno di solidarietà nei confronti delle donne algerine. La controffensiva pensata da Ben Othman, ha subito preso le sembianze di un inno di guerra contro quello che lui stesso ha definito come “il ritorno alla carica degli islamisti”. Per contrastare questo “pericolo”, Ben Othman ha così pensato di organizzare, proprio a partire dalla Tunisia, la “Giornata internazionale della minigonna”, identificando nel noto capo di vestiario una simbologia libertaria opposta a quella oppressiva rappresentata dall’hijab.

In questo modo, ragionando come all’interno di un sillogismo per cui la minigonna rappresenterebbe automaticamente un elemento di liberazione femminile e l’hijab il suo esatto contrario, l’attivista tunisino ha attirato numerose perplessità sulla bontà della sua iniziativa ma anche molti consensi. In risposta alla sua call infatti, molti altri attivisti tunisini, hanno apertamente dichiarato di essere contro la campagna algerina “Sii uomo”, poiché essa svilirebbe brutalmente le donne, intervenendo in una sfera così personale come quella del poter decidere cosa indossare e cosa no. Quando a questi stessi attivisti è stato chiesto il motivo per cui proprio la minigonna sia stata scelta come capo d’abbigliamento da contrapporre all’hijab, lo stesso Ben Othman avrebbe risposto che la scelta sarebbe scaturita dalla necessità di controbattere agli attivisti algerini sul loro stesso terreno, quello dei cm di corpo femminile da (s)coprire.

Citando la storia del paese dei gelsomini, dagli storici costumi liberali e che ha visto solo di recente il passaggio ad una tipologia di abbigliamento femminile più islamically correct, Ben Othman non ha mancato di osservare che “in Tunisia la minigonna esisteva in molto prima del velo”.

Nonostante tutte le motivazioni apportate dagli attivisti tunisini, la pagina Facebook di promozione della campagna, dal titolo Toutes en minis jupes! (All mini skirt), a campaign against the campaign. Be a man and veil your womens, è stata rapidamente chiusa all’inizio della scorsa settimana, per motivi sconosciuti mentre la pagina Facebook della campagna mediatica algerina risulta essere sempre rimasta in piena attività. Tuttavia, uscita vittoriosa da una lotta contro la censura di Facebook, la pagina tunisina è però stata da poco ripristinata per consentire a tutte (e a tutti) coloro che non ne avevano sentito parlare, di inviare foto e selfie di donne in minigonna fino a sabato 6 giugno, data scelta come  Giornata internazionale della minigonna.

Entrambe le campagne mediatiche hanno suscitato una forte mobilitazione non soltanto all’interno dei due paesi promotori, ma in tutto il mondo arabo. La campagna tunisina ha finora raccolto una forte risposta da più di 2.000 tunisini e stranieri, con una forte partecipazione di persone che stanno inviando le loro foto prima del “grande giorno”. Allo stesso tempo, anche la campagna mediatica algerina continua a riscuotere successo e consensi attraverso i messaggi di numerose persone, uomini e donne, che esprimono pubblicamente il loro sostegno all’hijab come capo d’abbigliamento femminile simbolo di modestia e obbligo religioso previsto dal Corano.

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