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giovedì, 6 Ottobre 2022

Francesco Paolo Colucci, svela due segreti napoletani

Abbiamo incontrato Francesco Paolo Colucci, Dottore in Archeologia e Storia dell'Arte alla Federico II di Napoli, che ci ha raccontato le sue due sensazionali scoperte, pubblicate sulle riviste "Storia dell'Arte" e "Napoli Nobilissima"

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Quando la passione che metti in ciò che fai, quando l’attenzione, l’intuizione e la cura di ogni dettaglio, si mischiano con il talento, la tenacia e l’insaziabile “curiosità della conoscenza”, può succedere anche di trovarsi all’improvviso di fronte a qualcosa di incredibile. Qualcosa che fino al giorno prima era impensabile. E’ la storia di Francesco Paolo Colucci, dottore in Archeologia e Storia dell’Arte alla Federico II di Napoli, che in occasione della sua tesi di laurea sull’eruzione del Vesuvio del 1631 ha iniziato un percorso di ricerca che lo ha visto protagonista di ben due scoperte storico-artistiche a dir poco sensazionali: prendendo in esame due famosi affreschi – il primo, nel Duomo ad opera del Domenichino e il secondo, di Battistello Caracciolo, alla Certosa di San Martino – raffiguranti quel tragico evento, Paolo ha saputo ricostruire con incredibile precisione la “storia” di alcuni dei tanti volti “ignoti” presenti al loro interno, e tramite un lungo e attento lavoro di comparazione tra fonti storiografiche e letterarie, è riuscito a mettere in evidenza qualcosa che in quasi 500 anni di storia nessuno era stato minimamente in grado di capire o riconoscere. Avendo la fortuna di conoscere Paolo da tanti anni, gli abbiamo chiesto di incontrarci per parlarci delle sue due scoperte:

  • LA PRIMA SCOPERTA  IL DOMENICHINO

Domenichino
Domenico Zampieri, “Autoritratto” 1615-20. Firenze, Galleria degli Uffizi

Paolo, com’è nata la tua scoperta? 

«L’eruzione del Vesuvio del 16 Dicembre 1631 – la più violenta dopo quella del 79 d.C. – fu, come si usava all’epoca, testimoniata da una vasta produzione artistica e letteraria. La Deputazione del Tesoro di San Gennaro, organo laico che da poco aveva fatto edificare la Cappella del Tesoro sul fianco destro del Duomo di Napoli, affidò al Domenichino al secolo Domenico Zampieri, grande pittore classicista del ‘600 – il compito di affrescare la cappella raffigurando artisticamente il “miracolo del Santo” : la leggenda racconta infatti, che fu proprio San Gennaro a fermare improvvisamente l’eruzione che andava avanti da due giorni, tramite una gloriosa processione a cui prese parte devotamente tutto il popolo napoletano. Osservando attentamente l’affresco del Domenichino ho notato, nella parte destra del dipinto, un volto dimesso, stanco, quasi nascosto. Un volto al quale nessuno prima d’oggi aveva dato un nome, disegnato proprio alle spalle di altri due personaggi (noti) molto influenti dell’epoca: il Cardinale Buoncompagni – che organizzò in prima persona la processione – e il ViceRè del Regno di Napoli, il conte di Monterrey

Domenichino
L’affresco del Domenichino, con l’evidenza dell’autoritratto dell’autore. Duomo di Napoli, Cappella del Tesoro di San Gennaro

Magari un altro studente si sarebbe fermato qui. Avrebbe proseguito la sua analisi dell’affresco in maniera spedita, fugace. Anche solo per portare a compimento il percorso di laurea nel minor tempo possibile, anche solo per liberarsi velocemente di un peso che sente sulle proprie spalle. Ma Paolo no: di questo peso se ne fa carico. Si incuriosisce, approfondisce, ricerca, studia. Ha già deciso: è arrivato il momento di rendere giustizia a quel “volto senza identità“.

Continua Colucci «Tramite l’analisi di alcuni fonti letterarie e confrontando quest’immagine con le uniche due tele disponibili (una agli Uffizi di Firenze e un’altra a Darmstadt, in Germania) sono riuscito a mettere in evidenza l’autoritratto dell’autore, che seguendo un’antica e gloriosa tradizione artistica, ha voluto imprimere orgogliosamente la propria immagine nell’affresco come firma indelebile della sua opera. Un autoritratto che in questo affresco appare “rovesciato“, un ritratto “damnatio memoriae” in cui l’autore ha voluto quasi maledire i suoi committenti.»

Domenichino
Il particolare del volto del Domenichino (il primo da sinistra)

Come sei arrivato a questa intuizione? Cosa ti ha fatto pensare che quel volto appartenesse all’autore?

«Chi conosce la storia del Domenichino sa che non se la passava affatto bene nel periodo in cui decorò la Cappella del Tesoro di San Gennaro (il lavoro durò circa 10 anni): il pittore infatti, era vessato da pesanti clausole contrattuali, boicottato dai pittori locali e ciò fu causa per lui di forti tensioni che lo contrapposero proprio alla Deputazione, organo che gli aveva commissionato l’opera, e al Vicerè Monterrey. Non a caso il Domenichino scelse di ritrarsi con un’espressione triste, cupa, quasi impaurita, proprio per evidenziare le sue condizioni e il suo stato d’animo, lasciando un anticipo della propria fuga a Roma, dove il pittore scappò subito dopo la fine del lavoro. Un’ulteriore conferma è arrivata da una “lettera storica” datata 1632 – e dunque contemporanea all’affresco – che il Domenichino mandò a un suo amico, Cassiano dal Pozzo, importante collezionista dell’epoca, in cui l’autore si lamenta proprio della sua misera condizione contrattuale. Le parole usate in questa lettera, il suo contenuto, sovrapposti all’espressione e al modo in cui è posto con il corpo, non ha più lasciato spazio ad altri dubbi: quel volto non poteva che essere del Domenichino

  • LA SECONDA SCOPERTA – IL MANSO

Battistello Caracciolo
Battistello Caracciolo, “San Gennaro ferma l’eruzione del Vesuvio del 1631” 1632-35. Napoli, Certosa di San Martino, Cappella di San Gennaro

Oltre all’analisi di questa prima monumentale opera di Domenico Zampieri, Paolo studia anche altri dipinti raffiguranti quell’eruzione, e tra questi, in particolare, un’opera di Battistello Caracciolo – pittore di scuola caravaggesca – che dopo l’eruzione fu chiamato ad affrescare la Cappella di San Gennaro della Certosa di San Martino. In particolare la sua attenzione si sofferma (anche qui) su tre figure vicine, di cui solo due, fino a poco tempo fa, avevano un nome certo. Si tratta sempre del Vicerè Monterrey e del Cardinale Buoncompagni, ma vicino a loro c’è un terzo personaggio ritratto di spalle, dalla figura nobile, vestito da cavaliere, che sta palesemente interagendo con il Cardinale.

Battistello Caracciolo
Giovan Battista Manso (il primo da destra) nell’affresco di Battistello Caracciolo

Come sei arrivato a capire chi fosse? 

«Sembra che il Caracciolo” – ci spiega Paolo – “fosse molto amico di Giovan Battista Manso – grande letterato dell’epoca, amico di Torquato Tasso e tra gli altri meriti, fondatore dell’Accademia degli Oziosi, del Pio Monte della Misericordia e del Real Monte Manso di Scala – e tramite una lettera che proprio il Manso inviò ad un altro suo amico, Antonio Bruni – che lavorava alla corte del Papa – in cui descriveva nei dettagli i giorni dell’eruzione, possiamo confermare la sua presenza a quella famosa processione. Inoltre nelle parole che lui usa per raccontare quei tragici momenti, ritroviamo evidenti coincidenze con il suo atteggiamento nell’affresco. Il raffronto del suo “profilo” con quello di altri ritratti che lo raffigurano, mi hanno portato a pensare che potesse essere proprio lui: in pratica Battistello Caracciolo, in quell’occasione, ha voluto fare “un omaggio” all’amico Manso, “fotografandolo” insieme alle altre due personalità più importanti della città, mentre partecipavano al rito miracoloso.»

Il merito di queste due importanti scoperte arrivate con il frutto di un lungo e faticoso lavoro, è stato riconosciuto a Paolo con la pubblicazione emerita su “Storia dell’Arte“, gloriosa rivista artistica diretta da Maurizio Calvesi e fondata da Giulio Carlo Argan, e su “Napoli Nobilissima” la più importante delle riviste storiche napoletane, fondata da Benedetto Croce sul finire del diciannovesimo secolo; entrambe composte da una redazione di ricercatori, storici dell’arte e professori universitari che hanno appoggiato e sposato a pieno le tesi di Paolo, non solo “autenticando” ufficialmente le sue scoperte, ma riconoscendogli anche di aver rimesso di nuovo in discussione una situazione ritrattistica – in particolare quella del Domenichino – su cui prima d’oggi c’erano solo ombre e incertezze. Con la sua costanza, la sua ostinazione, Paolo ha messo finalmente fine a tanto buio, entrando così di diritto dalla porta principale nell’Olimpo dei grandi.

Per approfondire e conoscere nei dettagli le scoperte di Francesco Paolo Colucci, potete consultare on-line il file delle sue pubblicazioni sulla piattaforma Academia.Edu al link http://independent.academia.edu/FrancescoPaoloColucci.

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