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lunedì, 14 Giugno 2021

Essere migranti LGBTQ+ nei paesi di accoglienza

Le difficili condizioni di vita dei migranti LGBTQ+ nei paesi d'accoglienza.

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Nonostante non se ne parli molto, essere migranti LGBTQ+ oggi, in Paesi dove regnano difficili condizioni di vita e dove il contesto sociale e culturale sembra ancora incapace di mettersi in relazione con l’“altro”, rappresenta un ostacolo enorme. Soprattutto quando il sistema giuridico risulta essere fortemente impregnato di leggi omofobe e discriminatorie.

Ci sono nazioni in cui amare liberamente qualcuno dello stesso sesso non è, ancora oggi, consentito. Nel 2021, infatti, in circa settanta Paesi membri delle Nazioni Unite, le relazioni consensuali omosessuali sono ancora considerate reato, e in undici di questi è prevista la pena capitale.

Per i rifugiati i confini da superare diventano quindi doppi. Non solo le frontiere che il migrante deve attraversare per scappare dal proprio Paese alla ricerca di prospettive di vita migliori, ma anche barriere che si ripropongono all’interno del paese d’accoglienza. Da un lato lo separano dalla propria comunità d’origine e dai propri connazionali in quanto omosessuale e dall’altro lo distanziano dalla società d’accoglienza in quanto immigrato.

Le nazioni ospitanti dovrebbero garantire maggiori protezioni, ma in realtà questa condizione per i migranti rappresenta spesso solo un doppio motivo per essere discriminati.

Con la Convenzione di Ginevra, nel 1951, si è stabilito che lo status di rifugiato può essere richiesto da “Chiunque nel giustificato timore d’essere perseguitato per ragioni di razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato”. Ma solo successivamente si è ritenuto includere nel protocollo anche l’orientamento sessuale come motivo di persecuzione per cui chiedere protezione internazionale.

Tuttavia, nonostante queste premesse incoraggianti, gli Stati Membri sono di fatto liberi di adottare le misure ritenute necessarie a raggiungere gli obiettivi prospettati dalla direttiva: è quindi lasciata alla discrezionalità delle autorità nazionali competenti decidere se accogliere o meno la richiesta d’asilo basata sull’orientamento sessuale.

É interessante sottolineare che l’Italia è stata spesso indicata come uno degli Stati Membri più garantisti, avendo sottolineato in svariate occasioni, come la criminalizzazione dell’orientamento sessuale debba essere considerata di per sé persecutoria.

 

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