Ci ha lasciati Francesco Guccini, definito da Umberto Eco “il più colto dei nostri cantautori”.
A dare la notizia della morte è stata la famiglia. I funerali si svolgeranno in forma privata, per suo volere e come ribadito dalla famiglia, nei prossimi giorni.
Ma per consentire a chi lo ha amato, di ricordarlo e di salutarlo un’ultima volta, verrà organizzata una cerimonia commemorativa nel mese di settembre.
Guccini nacque a Modena il 14 giugno 1940, si trasferisce a Bologna nel 1961, città che diventerà il cuore pulsante della sua vita artistica e umana. Prima del successo vero e proprio, Guccini si fa conoscere scrivendo canzoni per altri artisti: “Auschwitz” per l’Equipe 84 e soprattutto “Dio è morto” per i Nomadi di Augusto Daolio, brano che diventa uno dei più celebri.
Il debutto discografico a proprio nome arriva nel 1967 con “Folk Beat n. 1”, firmato semplicemente “Francesco”.
Con Francesco Guccini viene a mancare uno dei massimi cantautori della storia della musica italiana, ma anche un pezzo fondamentale della cultura e dell’immaginario collettivo.
La sua musica e i suoi testi traboccavano di riferimenti culturali alti e bassi: da Allen Ginsberg («Ho visto…») a Borges, dalla Bibbia a Procopio di Cesarea, da Cervantes a Roand Barthes, passando per Snoopy e per Linus. Non era solo musica, erano dei pezzi culturali a tutti gli effetti. Stralci di vita politica, sociale ed artistica, frammenti di storia, Guccini ha cantato l’Italia in ogni sua forma. Un Paese multiforme, come le sue canzoni.
Nelle sue canzoni c’erano la storia, la provincia, la politica, gli amici, le sconfitte, le illusioni. Ma soprattutto c’era l’uomo, con tutta la sua fragile complessità.
Francesco Guccini non ha voluto costruire un personaggio, ma si è fatto portavoce dei dilemmi e delle problematiche che hanno attanagliato l’Italia nel corso del tempo.
L’Italia oggi saluta un artista che ha rappresentato una generazione e anche i figli di quella generazione, che sin da piccoli sono stati portati ai suoi concerti e quanti continueranno a cantare le sue canzoni ai posteri.

