I DIRITTI DEL FANCIULLO

E' giusto che il fanciullo non venga separato dai propri genitori contro la loro volontà se non veramente necessario

Tante oggi le scene cruenti cui assistiamo ove troppo spesso sono protagonisti i bambini.  Forse quelle più toccanti riguardano le famiglie d’immigrati che con la speranza di un futuro migliore continuano a sbarcare sulle nostre coste. Troppe volte siamo rimasti spettatori innanzi a corpicini di bambini senza vita senza poter fare alcunché in attesa delle giuste risposte dei nostri Governanti.

Con la Dichiarazione di Ginevra del 1924, frutto degli eventi drammatici che riguardarono i bambini nella Prima guerra mondiale, e la Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo del 1959, revisionata nel 1989 con Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, si è cercato di creare un’unica, seppur speciale, disciplina generale utile a tutelare i diritti dell’infanzia con lo scopo della sua applicazione in ogni parte del mondo. Quest’ultima, però, anche se ha una notevole autorevolezza morale, non essendo vincolante per gli Stati che vi hanno aderito, resta una mera dichiarazione di principi.

Nella Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo, al di là della premessa, in cui l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite enuncia: “ la presente Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo affinché esso abbia una infanzia felice e possa godere, nell’interesse suo e di tutta la società, dei diritti e delle libertà che vi sono enunciati; invita i genitori, gli uomini e le donne in quanto singoli, come anche le organizzazioni non governative, le autorità locali e i governi nazionali a riconoscere questi diritti e a fare in modo di assicurarne il rispetto per mezzo di provvedimenti legislativi e di altre misure da adottarsi gradualmente in applicazione dei seguenti principi:…”, si evidenzia all’Articolo 9 quanto sia importante che gli Stati che hanno aderito devono:

  1. “assicurare che il fanciullo non venga separato dai suoi genitori contro la loro volontà, …a meno che tale separazione risulti necessaria nell’interesse superiore del fanciullo…”
  2. “ rispettare il diritto del fanciullo separato da entrambi i genitori o da uno di essi di mantenere relazioni personali e contatti diretti in modo regolare con entrambi i genitori, salvo quando ciò sia contrario all’interesse superiore del fanciullo…”

Nessuno Stato che ha aderito alla Convenzione oggi si ricorda di tutelare questi diritti.

L’Italia ha ratificato la Convenzione soltanto nel 1991, con la legge n.176.

Nei processi innanzi al Tribunale dei minori spesso e troppo facilmente i bambini sono stati strappati alle famiglie e dati in affido. In questi casi, raramente preventivamente sono stati attivati gli opportuni interventi domiciliari volti a sostenere e ad aiutare le famiglie e i minori in difficoltà. I più fortunati, hanno ricevuto il calore di una famiglia mentre gli altri, sono stati collocati negli Istituti di accoglienza, ove non sempre hanno trovato le condizioni utili per riuscire a crescere serenamente. I bambini, anzi, sono stati consideranti importanti fonti di guadagno giornaliero, tanto che le stesse strutture li hanno trattenuti per futili motivi con comportamenti ostativi impedendogli il rientro nella famiglia d’origine.

Spesso poi i bambini che avevano trascorso un lungo periodo in affido sono stati adottati da terze persone. Insomma un vero trauma per costoro che, ormai adolescenti, dovevano ricominciare da zero.

Con l’intervento finalmente della legge 2957 del 2015, sul diritto alla “Continuità affettiva dei bambini e delle bambine in affido famigliare”, si è voluto colmare, anche se parzialmente, un’importante lacuna legislativa. La famiglia, infatti, che accoglie in affido temporaneo i minori è tenuta ad aiutarli a crescere mantenendo e ricostruendo giorno per giorno il rapporto con i genitori biologici e/o la famiglia d’origine con l’intento di farli tornare nel proprio nucleo. Quando ciò non sia possibile, la famiglia che accoglie i minori in affido può sostituirsi completamente ai genitori biologici, creando così un nuovo legame, spesso più forte. Prima dell’innovazione apportata dalla L.2957/15, si mantenevano completamente separati le relazioni tra gli affidatari dai genitori adottivi. Si tagliava così ogni tipo di relazione con il minore e la famiglia di prima accoglienza. Il minore, infatti, a seguito della dichiarazione di “adottabilità” passava in una nuova famiglia. Ciò determinava nuovi traumi e una situazione psico-affettiva anomala tale da dover essere gestita nuovamente. Un vero disastro al quale sembrava che gli “operatori sociali” rimanessero insensibili.

Alla luce della nuova normativa, invece, la famiglia che ha mantenuto in affido il minore, con il quale si è creato un forte legame affettivo, se ha tutte le caratteristiche richieste, L.184 del 1983 “Disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori”, può chiederlo in adozione, creandosi così finalmente un legame definitivo.

La norma non prevede in tutti i casi che i contatti con la famiglia di origine siano completamente recisi. Anzi, laddove è possibile, conviene che si mantengano i rapporti tra l’adottato e i suoi parenti. Questi, infatti, sono parte viva del suo mondo collegati al corredo genetico-tendenziale e come tali vivono dentro di lui. Di conseguenza è bene conoscere tale realtà per impararla a gestire o eventualmente domarla.

Il ruolo di genitore, sia biologico o adottivo, è fondamentale e allo stesso tempo molto complicato. Per essere genitori non ci sono regole stabilite o un percorso formativo da seguire. La relazione con i figli si costruisce lentamente, giorno per giorno, anche confrontandosi costantemente, laddove ogni passo fatto insieme serve per conoscersi e fidarsi l’uno dell’altro ed è questo il presupposto per cui le figure di mamma e di papà biologici possono coincidere perfettamente con quelli adottivi.

 

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