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Diodato canta Roberto Baggio – “Il Divin Codino” su Netflix

Ha debuttato ieri, 26 Maggio, il biopic che rivisita la vita di Roberto Baggio: “Il Divin Codino“.

Chi aspettava si trattasse di un film biografico ripercorrente la storia calcistica, avrà dovuto ricredersi.

La pellicola, targata Netflix e Mediaset, opta per una struttura lineare più intima e privata, procedendo per esclusione e rifacendosi a tre momenti simbolo per la vita e per la carriera di Baggio: l’arrivo a Firenze a seguito del primo infortunio, il Mondiale negli USA del ’94, e gli anni in campo al Brescia.

È un viaggio introspettivo all’interno di “Pallone d’Oro ’93” che trasmette un potente messaggio di speranza e resilienza, incentrando fortemente il plot sulla capacità di resistere e di reagire agli eventi avversi.

La regia è di Letizia Lamartire, giovane e talentuosa regista classe ’87, laureata in Musica Jazz al Conservatorio N. Piccinni di Bari e formatasi al Triennio di regia presso il Centro Sperimentale di cinematografia, a Roma; mentre la produzione è stata affidata a Marco De Angelis, classe 1980, e responsabile della Dap De Angelis Group, società di produzione che si occupa di fiction e lungometraggi; il direttore della fotografia è Benjamin Maier.

Nei panni del “Fuoriclasse di Caldogno” c’è Andrea Arcangeli, che intesse una preziosa fila di perle interpretativa dei muscoli, del sudore, delle maestose abilità, delle smorfie di dolore dovute ai tanti e sfortunati infortuni, dell‘Uomo dietro al Campione.

Arcangeli è riuscito a restituirne una fedele e credibile umanità, difficilmente immaginabile per un uomo che ognuno di noi identifica ancora oggi come una leggenda.
Al suo fianco appare l’altrettanto talentuosa e bellissima 29enne Valentina Bellè, che affascina per espressività e per una disarmante naturalezza, nel ruolo dell’imprescindibile compagna di vita di Roberto Baggio, sua moglie Andreina.

Andrea Pennacchi è Florindo: il papà di Roberto. Tra i due, nel film, si snocciola una sorta di sudditanza affettiva, un amore potente e silenzioso, spesso conflittuale e complicato, che dimostra tutto senza dire niente, un legame fondamentale nella vita pubblica e privata del “divin codino“.

La proiezione è un crescendo di alternanza tra l’ascesa calcistica iniziata col Vicenza, che prosegue con la decisione di non incassare gli stipendi a seguito del trasferimento post-infortunio alla Fiorentina, e l’imperscrutabile profilo intimo di uomo sensibile ed umile, dall’animo fragile e caparbio nel perseguire gli obiettivi prefissati.

La sceneggiatura concede un generoso spazio alla fase dell’avvicinamento di Roberto Baggio al culto Buddista, coincidente con una forte crisi interiore, proprio mentre la sua carriera faceva il salto di qualità. Una spiritualità che perdurerà tutta la vita e che rappresenterà un cruciale punto di svolta sia per l’uomo, quanto per il Campione.

I paletti imposti dalla sceneggiatura hanno reso impossibile celebrare tutti i trionfi calcistici di Roberto Baggio, ma ha sapientemente percorso le orme dei momenti particolarmente significativi, con un equilibrato excursus tra le “croci e le delizie” dell’avanzamento professionale, come l’inattesa convocazione in Nazionale, il controverso ed appassionante mutevole rapporto con Arrigo Sacchi, quel rigoremaledetto” contro il Brasile, durante gli Usa ’94, in merito al quale, Roberto, rimuginerà per sempre; per finire poi con la delusione della mancata convocazione ai Mondiali del 2002 (che tutti ricordiamo con enorme rammarico ed una immutata punta di rancore) e nel corso dei quali, la fantasia ed il genio di “Roby”, ci avrebbero sicuramente fatto comodo.

Ma, come cantava Francesco De Gregori, “non è da questi particolari che si giudica un giocatore, un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia“…
Tutte qualità che a Baggio non sono mai mancate, come fedelmente evince anche della pellicola distribuita da Netflix.

Il film segue un filo conduttore prestabilito e ben determinato: una potente storia di determinazione, di coraggio e di speranza, anche laddove tutto sembra perduto, attraverso un profilo meno celebrativo e più intimo, sorvolando sui grandi trionfi sportivi e facendo della tormentata solitudine del Raffaello del calcio italiano l’elemento narrativo trainante.

L’elemento che impreziosisce di inestimabile magia il film è il brano “L’uomo dietro al Campione” che Diodatoartista ed interprete versatile e raffinato – ha dedicato al suo idolo Roberto Baggio. Roberto stesso, in una dichiarazione, lo ha definito “poesia“.

E non sarebbe possibile darne una definizione più appropriata. “L’uomo dietro il campione” è un brano profondo e semplice, che comunica con delicatezza direttamente all’emotività dell’ascoltatore, tifosi o meno, suscitando intense emozioni che Diodato fa sapientemente vibrare come corde di violino.

Allo stesso tempo, Diodato, ripercorre i concetti salienti della vita di Roberto Baggio, ma incoraggia la parte di noi, quella incerta ed esitante, che emerge nei momenti in cui ci approcciamo a quello che più ci appassiona e che amiamo, rendendoci vulnerabili quando mettiamo in gioco noi stessi e le nostre abilità.

L’uomo dietro al Campione sembra essere, al contempo, Roberto Baggio, ma anche ciascuno di noi al cospetto dei propri sogni ed ambizioni.

E poi c’è tutta la passione
E quella cieca e folle determinazione
Che la destinazione
A volte è un’ossessione

L’uomo dietro al Campione siamo noi tutti, dietro al “ruolo” che ricopriamo o a cui aspiriamo:
È la donna che c’è dietro la sua professione di medico.
È l’uomo che c’è dietro la propria professione di commesso.
È il ragazzo che c’è, oltre l’esame universitario che dovrà sostenere.
È la bambina che c’è, al di là del suo sogno di diventare astronauta, calciatrice o musicista.

Antonio, con il oresente brano, “accarezza” il proprio idolo calcistico e quasi lo rassicura, come si trattasse della parte più insicura di se stesso, quella parte che noi tutti conosciamo, quella parte che vacilla, temendo di sbagliare, quando ci ritroviamo dinanzi a qualcosa che amiamo e desideriamo, e che ci appare più grande di noi.

Più di vent’anni in un pallone
Più di vent’anni ad aspettare quel rigore
Per poi scoprire che la vita
Era tutta la partita

Ma sia Antonio (Diodato), sia Roberto (Baggio), rispettivamente con il brano o con la propria carrieria, si fanno portavoce di un messaggio sostanziale, ovvero che non esiste fallimento se diamo a noi stessi l’opportunità di calciare quel “rigore” e se ci concediamo “il coraggio” di essere soltanto noi stessi, al di là del risultato, a nostro modo e secondo la nostra personale attitudine.

Che poi Roberto in fondo tutto questo amore è pure figlio del coraggio (figlio del coraggio)
di quel campione che toccava ogni pallone come se fosse la vitalo
so potrà sembrarti un’esagerazione ma pure quel rigore
a me ha insegnato un po’ la vita