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domenica, 23 Gennaio 2022

Decesso di una paziente, maxi risarcimento

Un milione di euro come risarcimento a seguito della morte di una paziente, cifra che la clinica, Casa di Cura Cobellis, di Vallo della Lucania, dovrà pagare ai cinque figli della paziente deceduta Maria Cammarano.

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Emanuele Marino
Giornalista pubblicista, nonché studente universitario iscritto alla facoltà di Lettere Moderne presso l'Università degli studi di Napoli Federico II

La clinica Casa di Cura Cobellis, di Vallo della Lucania, dovrà pagare un milione di euro come risarcimento ai cinque figli di Maria Cammarano.

Questo è quanto deciso dal tribunale civile di Vallo della Lucania, che in sede penale ha chiuso la vicenda con l’archiviazione dei medici e della clinica.

Maria Cammarano, 84 anni, morì nel 2010 dopo circa 35 giorni dall’operazione effettuata in clinica.

Tutto inizia il 4 ottobre del 2010 quando Maria Cammarano venne ricoverata nella clinica per effettuare una visita e degli accertamenti pre-ricovero, per essere operata il 7 ottobre, per un intervento di “colecistectomia laparoscopica”.

Secondo, l’aggravarsi del quadro clinico della paziente, avrebbe costretto i medici al trasferimento della paziente in un’altra struttura, dopo la firma delle dimissioni da parte dei parenti della donna, questa è stata trasferita all’Ospedale “San Luca” di Vallo della Lucania, dove venne sottoposta a due interventi d’urgenza, a poco serviti. La donna è deceduta il 13 novembre 2010.

Il procedimento penale fu archiviato da parte del Gip del Tribunale di Vallo della Lucania nel 10 aprile 2013, come emerge dalla perizia del medico legale, il procedimento civile è invece iniziato un anno e mezzo dopo.

È stato sentenziato, al termine del primo grado di giudizio, un risarcimento di circa un milione di euro, notizia pervenuta negli ultimi giorni.

“Vorremmo che venisse riaperto anche il procedimento penale in seguito alle nuove perizie emerse” come afferma il legale della famiglia della vittima.

Il legale della clinica, di tutta risposta, nell’appello ha presentato nuove documentazioni, come il consenso informato firmato dalla paziente, che acconsentiva a sottoporsi all’intervento nonostante i rischi, documentazione non considerata nel processo civile.

“Il documento è stato trovato nel fascicolo sequestrato dalla Procura. Un documento nel quale emerge l’accettazione del rischio da parte della paziente” afferma il legale della clinica.

La sua difesa  è infatti basata sui suddetti documenti e sull’iter perseguito dalla clinica fino alla firma delle dimissioni volontarie della donna.

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