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mercoledì, 19 Gennaio 2022

D’Annunzio: “splendida miseria” del periodo napoletano

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Domenico Papaccio
Laureato in lettere moderne presso l'Università degli studi di Napoli Federico II, parlante spagnolo e cultore di storia e arte. "Il giornalismo è il nostro oggi."

Il soggiorno di Gabriele d’Annunzio a Napoli durò un triennio (1891-93), il tempo esatto per mettere a ferro e fuoco la vitalità del suo estro creativo e la ricettività “a rampino” che lo contraddistinse.‍

La piaga dei debiti e le chermesse amorose portarono il Vate lasciare dalla Roma “bizantina” entro cui dominava come cronista, facendosi valere come poeta e narratore.

Quest’ultimo episodio certifica ancor più la poliedrica verve poematica del d’Annunzio, perché la vivacità della sua produzione napoletana in versi e prosa si cimentò anche nella romanza.

I pochi giorni del soggiorno napoletano con il pittore e amico Francesco Paolo Michetti, divennero la “splendida miseria” fatta di precarietà finanziaria e suggestioni esoteriche fino alla scoperta del gioco del lotto.

Il giornalismo diede il pane al d’Annunzio, grazie all’avallo di Scarfoglio e Serao che permisero la prima vera esplosione del romanzo dannunziano, con la pubblicazione tra 1891-92 de L’innocente sul “Corriere di Napoli” e di alcune puntate de “Il trionfo della morte” sul “Mattino”.

L’apparizione de “L’innocente” si tradusse nella prima grande occasione per sbancare all’estero.

Georges Hérelle, letto alcune parti, si industriò per portarlo in Francia, prima su “Le Temps” col titolo “L’intrus” , fino all’acclamazione da parte di Paul Valery e André Gide che definiranno d’Annunzio fautore della rinascita della letteratura italiana.

Al di là del successo, d’Annunzio catalizza/il primo vero approccio con il pensiero nietzscheano che approda nell’elaborazione personale del concetto del superuomo, filtrato dall’idea di arte totale di Richard Wagner.

Proprio sulle colonne del Mattino, un articolo del Vate del 1893 illustra la sua teorizzazione, “La Bestia Elettiva” con chiare ripercussioni nella filigrana testuale della scrittura dannunziana.

Per comprenderne la caratura fervida del momento napoletano, basti pensare al romanzo breve “Giovanni Episcopo” del 1891, su cui si avvertono gli influssi della narrativa russa esportata da De Vogué e le prime geminazioni assunte dalla parapsichiatria di Ribot e Bidet nella caratterizzazione dei soggetti.

Lo scandalo e il successo destato dal soggiorno napoletano fecero eco, con accuse da parte di Luigi Capuana fino allo scontro con Ferdinando Russo.

L’accusa di Ferdinando Russo di incapacità lirica e di assenza di musicalità di un paroliere napoletano diretta verso il cenacolo abruzzese ma soprattutto diretta alla persona del poeta avvenne presso il Caffè Gambrinus.

La risposta del Vate fu composizione di ‘A Vucchella, testo musicato da Tosti nel 1907 e immortalata nel marmo all’esterno del celeberrimo caffè partenopeo oltre che nella voce di Enrico Caruso e Luciano Pavarotti.

 

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