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martedì, 30 Maggio 2023

Caso oriundi: tanto clamore per nulla

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Alessandro Montano
Alessandro Montano
Aspirante giornalista sportivo distante un pallone dalla normalità. Crede in un Calcio fatto di domeniche in gradinata e di partite "sventurate" tra amici. Passione, divertimento e spirito di aggregazione la Trinità da rispettare. Sogna di diventare una delle grandi voci della comunicazione sportiva.

La recente convocazione, da parte del CT azzurro Antonio Conte, degli inediti Eder e Franco Vazquez, riporta alla luce nello scenario sportivo italiano l’infinito dibattito sugli oriundi e sulla loro adeguatezza in Nazionale. Dalle maggiori testate giornalistiche nazionali, ai maggiori esponenti dello sport nostrano, fino agli stessi interpreti dell’attuale Serie A, tutti, ma proprio tutti hanno espresso una loro personalissima opinione sul caso “oriundi”. Questo il nostro pensiero a riguardo. Partiamo da un semplice presupposto: il sistema calcistico italiano ha una falla proprio alle basi. Una falla che persiste e che tutt’ora ci lascia tantissimi interrogativi. Uno su tutti: come si può pensare di strutturare una Nazionale con un impianto esclusivamente italiano, se al momento la Serie A è formata per più del 50% da tesserati stranieri? Già, proprio così, avete letto bene. Nel massimo campionato italiano il numero degli italiani è inferiore alla metà. E i giovani italiani, dove sono? Eccezion fatta per qualche caso isolato, sono: o a riscaldare la panchina in Serie A, o a lottare per un posto da titolare in Serie B.

La mancata presenza di giovani italiani nella massima serie e di un adeguato sistema di crescita e di sviluppo giovanile, mette in serissimo pericolo il ricambio generazionale non solo all’interno del campionato, ma anche della Nazionale stessa. Con questo non stiamo affermando che gli oriundi sono la causa del poco spazio concesso ai giovani nel calcio italiano, ma che spesso e volentieri, a ragazzi del vivaio si preferiscono improbabili “colpi a sorpresa” provenienti dai paesi e dai campionati più disparati. Inoltre, c’è da sottolineare che si sta facendo tanto clamore per nulla, rischiando di presentare gli oriundi come un eventuale alibi per fallimenti futuri. Già, perché se qui in Italia ci si scandalizza per due oriundi convocati, negli altri paesi la situazione è assai diversa.

Quando alle linee parallele dello sport e della storia capita di incrociarsi, ciò che ne viene fuori è davvero meraviglioso, e questo è il caso della Germania. Dopo la caduta del Muro e la successiva unione federale dello stato, nel 1991 venne unificato anche tutto quello che concerneva lo sport, in particolar modo il calcio, annettendo al campionato della Repubblica Democratica dell’Ovest (la Bundesliga), il controverso campionato della Germania dell’Est, la DDR Oberliga. Sin da subito la rapidità e i progressi ottenuti dall’integrazione umano-sportiva furono impressionanti, e dopo la riforma del sistema calcistico tedesco del 2002 anche le nascenti comunità turche, greche e polacche vennero integrate perfettamente nel nuovo progetto di rilancio. Basti pensare che nel mondiale sudafricano del 2010, su 23 convocati, la Nazionale tedesca presentava ben 11 giocatori di origine straniera. Ma lo sport ha regalato tanti altri splendidi esempi d’integrazione: dagli italiani in Uruguay e in Argentina agli inizi del novecento, fino ad arrivare alla grande madre Francia che sotto la propria maglia ha unito atleti provenienti da ceppi etnici diversissimi fra loro, come quello magrebino, quello nord-africano e quello europeo.

Insomma, non ha importanza il colore della pelle, se conosca l’inno o sappia con esattezza il numero delle regioni italiane. Ha importanza solo una cosa: che l’atleta ci metta tutto il cuore e tutta la grinta possibile per quella maglia, per quei colori, per quel simbolo. Che sia pronto alla morte quando l’Italia chiamerà.

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