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venerdì, 19 Agosto 2022

Antonio Onorato, grande jazz a Portici

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Davide Franciosahttps://www.21secolo.news
27 anni, poliedrico, sensibile, napoletanissimo. E' Compositore video-grafico e operatore di comunicazione sociale. Malato di "teatrite acuta", appassionato di cinema, musica, lettura e scrittura creativa, ha l'Africa nel cuore. Sogna di diventare editore e un teatro tutto suo.

Musica stellare e forti emozioni al teatro I De Filippo di Portici. E’ grande successo per il concerto del chitarrista Antonio Onorato and his special quartet, con Francesco Nastro al piano, Tommaso Scannapiecoro al contrabbasso ed Elio Coppola alla batteria. Presente in sala anche il Sindaco Nicola Marrone. Lo spettacolo musicale, offerto dal Comune di Portici e organizzato dall’Assessorato alle attività culturali, è il primo di tanti appuntamenti volti a riportare il grande jazz in città.

Special guest della serata è Antonio Onorato, fra i più grandi chitarristi jazz. Con 22 album all’attivo, Onorato vanta una carriera di grande rilievo, con esperienze artistiche ed eccellenti collaborazioni nell’ambito della World Music. Fra i tanti personaggi spiccano: Toninho Horta, Franco Cerri, Eddy Palermo, Pino Daniele, Tullio De Piscopo, James Senese, Joe Amoruso, Enzo Gragnaniello, Roberto Murolo. Studioso di etnomusicologia, Onorato basa la sua ricerca sulla fusione degli stilemi armonico-melodici del linguaggio della cultura napoletana, con la musica afro-americana, medio-orientale e brasiliana, che l’hanno portato a individuare un linguaggio del tutto personale. Un vero e proprio pioniere della musica. La sua eccletticità, il suo spaziare dal jazz-rock alla composizione per orchestra, è il risultato del confronto che ha avuto in giro per il mondo con culture diverse, ma è soprattutto la conseguenza delle sue origini ‘miste’. E’ uno dei pochi artisti italiani ad aver tenuto un proprio concerto al Blue Note di New York, tempio storico del jazz internazionale.

onorato2In esclusiva per i lettori del XXI SECOLO l’intervista ad Antonio Onorato.

Cosa significa per lei essere musicista?

«Significa essere un po’ missionario, perché attraverso la musica cerco di offrire quasi un servizio sociale. La musica è un grandissimo viatico, e ha una grandissima energia che considero divina. Proprio perché  energia divina, è anche un’energia curatrice. Quindi faccio il musicista perché attraverso la musica, attraverso i concerti, i dischi che faccio, cerco anche un po’ di curare le persone, esercitando una sorta di musicoterapia. Cerco di farle star bene».

Molte delle sue composizioni nascono da un viaggio, una ricerca interiore costante. Di cosa è in cerca? A chi o cosa s’ispira?

«Sono sempre in cerca di me stesso, della mia interiorità. Cerco sempre di migliorarmi. Attraverso la musica intraprendo un viaggio introspettivo per conoscere sempre di più me stesso. Ricordo una massima di un grande musicista, tra i miei preferiti, che è John Coltrane, che diceva: un musicista può migliorare moltissimo se migliora innanzitutto come essere umano. Se veramente ci conoscessimo bene, ognuno di noi arriverebbe alla conoscenza divina. Ognuno di noi ha dentro il soffio di Dio».

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Nella sua carriera ha collaborato con numerosi artisti di fama internazionale. Quali i più significativi?

«I più importanti per me? Tutti quelli con cui ho collaborato lo sono alla stessa maniera. Il più importante, o forse il più bravo, non esiste. Esiste forse il più famoso: Pino Daniele, Tony Gnorta, Pat Metheny, Franco Cerri, il mio maestro spirituale per quanto riguarda la chitarra, ed Enzo Decaro, un carissimo amico e fratello».

Qual è il concerto che più di tutti le ha lasciato il segno?

«Me lo ricordo perfettamente: il concerto più bello che ho visto in vita mia è stato quand’ero adolescente, nell’anfiteatro di Pompei. C’era Miles Davis, erano gli inizi degli anni ’80, un festival bellissimo. Miles Davis suonava col suo quintetto elettrico, c’era John Scofield, Al Foster, Bob Berg. Davis è il mio musicista contemporaneo preferito insieme a Mozart. Ricordo quel concerto anche perché ero adolescente e già suonavo, anche se suono da quando avevo 6 anni, però già all’epoca mi trovavo in una fase di ‘impasse’; sceglievo cosa fare nella vita. Lì, durante quel concerto meraviglioso vidi una stella cadente ed espressi il mio desiderio: se questa è la musica, voglio fare il musicista per tutta la vita. Fino a ora si è avverato».

Progetti di oggi e domani.omorato4

«Tanti. Adesso sto facendo un progetto sulla Lucania, con un disco che è uscito da qualche mese e si chiama Mater Lucania. E’ una terra meravigliosa dell’Italia. Mater Lucania diventerà un web doc, con l’uscita prevista per la fine di questa estate con un’importante produzione italo-francese. Poi sto per pubblicare il mio nuovo album che si chiamerà rainbow warriors, i guerrieri dell’arcobaleno. C’è tutta una storia dietro la scelta di questo titolo, perché sono un grande appassionato dei nativi americani da quand’ero piccolo. Amo la cultura dei nativi americani. Per me è una cultura con la ‘c’ maiuscola, dalla quale dovremmo prendere esempio anche noi occidentali, perché è una cultura ‘ecocentrica’ e non ‘egocentrica’. Non l’uomo ma la terra al centro».

onorato3Che messaggio lascia ai lettori del XXI SECOLO e ai giovani distanti dalla musica artigianale, ma vicini a quella dei campionatori elettronici?

«Cercate di essere sempre quanto più onesti possibile. Ricercare sempre, cercando di andare un gradino sempre più avanti nella musica però tenendo conto del passato. Non si può mettere un piede nel futuro senza averne uno anche nel passato. La vera sperimentazione e la vera innovazione futuristica deve avvenire nel momento in cui si conosce il passato».

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