Angelo Belgiovine: “Teatro è innovazione”

Angelo Belgiovine

Autore, attore, regista teatrale, Angelo Belgiovine è un degno rappresentante della creatività napoletana. Dal 1999 è autore Mediaset. Il suo contratto più lungo è stato quello con il programma “La sai l’ultima?”, dove vinse nel ’93 l’edizione annuale (Al secondo posto giunse Carmine Faraco e al terzo addirittura l’ormai ben noto Enrico Brignano – ndr). Belgiovine è anche autore di 3 libri di barzellette. Ha lavorato come autore a molte trasmissioni televisive, tra i tanti Buona Domenica, con Peppe Braida; e Casa Vianello. XXI Secolo lo ha intervistato per fare il punto sul teatro italiano.

Partiamo dal teatro di Belgiovine?

«Il mio teatro è ricco di contaminatio; mi ispiro molto a Plauto, il padre della commedia per eccellenza. Plauto è anche il mio autore latino preferito, in realtà lo dovrebbe essere di tutti, ed è proprio grazie a lui che mi sono aperto al vero teatro. Nel mio lavoro attingo da varie fonti proprio per cercare di creare uno spazio tutto mio all’interno di questo mondo.»

Il suo rapporto con il teatro tradizionale?

«Non ho mai fatto o scritto commedie legate alla tradizione, perché non mi ritengo un ‘ripropositore’. Le mie commedie guardano al futuro e volgono lo sguardo al domani: storie di oggi. Penso infatti che Scarpetta possa essere interpretato solo da Scarpetta; che De Filippo possa essere messo in scena solo da De Filippo, e così via. Al Nord le mie commedie hanno sempre un gran successo e sono bene accette, invece nel momento in cui cerco di essere ‘profeta nella mia patria’ diventa tutto più difficile, perché i produttori vogliono ripetere sempre testi triti e ritriti, tipo Miseria e Nobilità. Io invece ritengo che la fama si conquisti con l’innovazione e non con giovani attori ancorati a vecchie commedie, messe in scena in beceri teatri.»

Il teatro non è cambiato?

«Prima, il teatro, specialmente a Napoli, aveva due facce: quello in lingua, fatto al Teatro Nuovo, che era il teatro in evoluzione; e quello tradizionale, fatto e messo in scena alla Galleria. Questo dualismo ha creato nel tempo un po’ di confusione, perché il pubblico non ha più visto l’innovazione creativa. Per me l’innovazione, il teatro d’avanguardia, è importante, perché vuol dire ricercare nuovi strumenti per portare giovamenti all’industria del teatro; altrimenti si corre il rischio di riciclare ciò che si possiede già, senza creare nulla di nuovo. Purtroppo trovo che a Napoli nessuno abbia voluto rischiare o cambiare. Sono rimasti con la tradizione di Peppino, di Totò, di Petito, senza creare innovazioni. Per cui ci ritroviamo oggi con un teatro nuovo molto nordico (Il riferimento è a Zelig, Colorado e altri format comici – ndr), dove noi napoletani ‘subiamo’ un percorso di comicità che non ha termine di paragone con il nostro»

Angelo Belgiovine
Angelo Belgiovine

Lei ha descritto il futuro e il presente del teatro napoletano, quando c’è stato invece il suo esordio?

«Con il divertimento, mi sono sempre divertito recitando. Sono sempre stato il simpaticone alle feste: ero il tipico ‘casinista’ che ai barbecue faceva ridere tutti e gli altri invece sdraiati al sole; poi quando la serata s’inoltrava, i miei amici si isolavano con le fidanzate e io rimanevo solo con la mia chitarra. Il mio vero esordio però nasce quasi per scherzo, per una scommessa fatta con un amico: leggemmo un cartellone pubblicitario che segnalava provini di attori per una compagnia teatrale, così mi presentai per la parte dell’antagonista in un’opera di Viviani, regia di Gregoretti in L’ultimo Scugnizzo. La posta della scommessa era una cena per tutta la mia comitiva di amici, io vinsi. Il mio primo esordio a teatro quindi fu con Pasqualino, il figlio dell’avvocato, fu una bellissima esperienza. A questa mia prima solcata di palcoscenico ne seguirono molte altre con famose compagnie, ma di solito non inoltro il mio Curriculum Vitae alla leggera: la vera carriera è quella che non viene pubblicizzata, è quella che non si dice né viene raccontata. Ricordo una volta durante un provino cinematografico, incontrai un attore al casting, impaziente si lamentava dell’attesa. Questo attore mi raccontava orgoglioso di aver girato mille film, ma era lì solo come comparsa. Io invece sono stato fortunato, perché nella mia vita ho lavorato con Marcello Mastroianni, con Alberto Sordi, con Gassman, con Nello Mascia, e ancora con Manuela Kustermann, Gianfranco Mingozzi che collaborava addirittura con Fellini. Nella mia vita ho conosciuto dei grandi personaggi. Lavorare con loro è significato entrare a far parte del vero cinema. Oggi chiunque si erge a grande attore, ma come si può notare, questi sedicenti attori entrano a far parte della tv di massa solo attraverso cabaret poco interessanti

Come nasce una commedia di successo? E una battuta brillante?

«Attingendo dal quotidiano. Il comico è colui che arriva alla battuta divertente 3 secondi prima di tutti gli altri. E’ una dote, è un talento naturale. Se ce l’hai e riesci a sfruttare questo dono, allora sicuramente la tua carriera sarà splendida. Se indugi invece, vivrai male come attore e non sarai un comico. Alcuni artisti dovrebbero semplicemente fare i panettieri, i fruttivendoli, con tutto il rispetto per i panettieri e i fruttivendoli, ma a mio parere non dovrebbero fare teatro perché non sanno gestire un teatro e non è il loro mestiere»

Progetti futuri?

«Sono autore Mediaset dal 1999, il mio nuovo progetto vedrà luce ovviamente su uno dei loro canali, ma per quanto sia imminente non posso rivelare ancora nulla. Svelo solo che inizierà a metà mese su un canale Mediaset e che il conduttore sarà… no, non posso proprio dirvelo, ma vi prometto un’altra intervista esclusiva.»

 

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