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domenica, 23 Gennaio 2022

8 settembre 1943: 77 anni dal Proclama Badoglio

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Anna Borriello
Scrivo per confrontarmi col mondo senza ipocrisie e per riflettere sul rapporto irriducibile che ci lega ad esso.

8 Settembre 1943: sono le 19:42 quando il capo dello stato, Pietro Badoglio, annuncia al microfono dell’EIAR di doversi piegare alle pressioni degli alleati. Riconoscendo l’impossibilità di competere con le forze e le risorse anglo-americane, Badoglio annuncia la richiesta accolta di armistizio. Ciò dà al Paese allo stremo delle forze l’illusione della fine della guerra, ma presto tutti avrebbero dovuto fare i conti con la realtà dei fatti. Nuove rappresaglie, bombardamenti e la guerra civile: questo fu il futuro dell’Italia prima dell’uscita dal conflitto mondiale. 

Il contesto storico: la deposizione di Mussolini e l’armistizio di Cassibile

Dopo la deposizione di Mussolini dal Gran consiglio del Fascismo, il 25 Luglio 1943, Vittorio Emanuele III nominò capo del governo il maresciallo Pietro Badoglio. Il 3 settembre 1943 un incaricato di Badoglio, Giuseppe Castellano, firmò segretamente con Eisenhower l’armistizio di Cassibile, un accordo che sancì la resa incondizionata dell’Italia agli alleati. Il fatto venne reso noto soltanto 5 giorni dopo, nel tentativo ulteriore di temporeggiare da parte dell’Italia. Dallo sbarco delle forze alleate, avvenuto il 10 Luglio, le truppe italiane provarono a fronteggiare gli attacchi anglo-americani nella speranza di sfuggire ad una resa senza condizioni.

Ma, presa coscienza della loro potenza e della lotta impari che ne stava conseguendo, il capo dello stato cedette alle pressioni alleate. I giorni dal 3 al 7 settembre furono drammatici: per spingere Badoglio a rendere pubblico l’armistizio,  gli anglo-americani bombardarono intensamente la nazione. Le città più colpite furono Civitavecchia, Viterbo e Napoli.

Il proclama della fine delle ostilità con gli anglo-americani dell’8 settembre fu volutamente ambiguo. Il capo dello stato, infatti, comunicò alle truppe e all’intera nazione di dover mettere fine agli scontri con gli anglo-americani e di dover rivolgere la propria ostilità a tutte le forze d’altra provenienza. Solo, però, se queste forze nemiche avessero sferrato un attacco. Quali furono le ragioni di questa scelta? Probabilmente, consigliando alle truppe italiane di reagire solo sotto attacco, Badoglio sperava che fossero gli anglo-americani a sferrare l’attacco decisivo ai tedeschi nei punti nevralgici della penisola. Le sue speranze furono presto disattese.

Il caos e l’illusione della fine della guerra dopo l’8 settembre 1943

L’esercito si ritrovò nel caos: gli alleati tedeschi, già messi alla prova dalle forze partigiane, divennero ufficialmente nemici. Il cambio repentino di alleanze spinse i tedeschi a cautelare coloro che scegliessero di continuare a combattere al loro fianco. La Germania di Hitler emanò direttive stringenti sul disarmo delle truppe italiane dissidenti. Un triste destino spettava a coloro che decidessero di schierarsi al fianco degli anglo-americani. Nel peggiore dei casi, i tedeschi li deportarono nei campi di concentramento come prigionieri di guerra. Molti altri furono invece fucilati o impiegati nei campi di lavoro in Europa.

La situazione della Capitale non fu di certo migliore. Il 9 settembre 1943, il re, la regina e lo stesso Badoglio fuggirono via da Roma alla volta di Brindisi. Le truppe stanziate a Roma non ricevettero alcuna direttiva per la difesa e lasciate nuovamente allo sbaraglio, si dispersero. L’esercito tedesco, in realtà, aveva già preso il controllo dei punti strategici della città la notte dell’8 settembre 1943. Aeroporti, caserme e stazioni passarono sotto il controllo della Germania. Le operazioni tedesche presero il nome di Piano Achse.

Lo scoppio della guerra civile

La popolazione, dopo l’annunciò di Badoglio, sperò fortemente nella fine del conflitto mondiale. La guerra, invece, continuò per un altro lungo anno, un anno che mise a dura prova il sentimento nazionale. Mussolini, deposto, fondò il 23 settembre 1943 la Repubblica di Salò. Scelse di dislocare i ministeri della Repubblica sociale in varie località del nord Italia, collocando strategicamente i due ministeri più importanti a Salò, il Ministero degli Esteri e quello della Cultura Popolare. Le forze partigiane, a questo punto, presero le redini del conflitto, trasformandolo in una guerra civile di liberazione. Il 9 settembre 1943 fu fondato il Comitato di Liberazione Nazionale mentre i vertici dello stato persero completamente di rilevanza e credibilità.

La storiografia ha lungamente dibattuto degli eventi del mese di settembre 1943. Lo storico Salvatore Satta definì l’implosione dell’apparato statale ‘morte della patria’. L’espressione fu ripresa più volte per sostenere la tesi che l’8 settembre abbia segnato, dopo il Risorgimento, la fine del sentimento nazionale. Questa tesi, però, è stata aspramente criticata dagli storici vicini alla Resistenza, come Claudio Pavone. Fatto sta che a differenza di Berlino, l’armistizio e, di conseguenza, il suo pubblico annuncio, salvarono l’Italia da condizioni di pace molto più dure.

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