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8 aprile 1877: nel Matese si tenta l’insurrezione

E’ l’8 aprile 1877, quando una banda di uomini armati (la Banda del Matese), capeggiata da Carlo Cafiero e Errico Malatesta, si prepara ad insorgere.

Lo scopo del gruppo è quello di instaurare un governo anarchico, come stabilito durante il congresso di Berna (1876) dall’Internazionale antiautoritaria.

La politica

“La Federazione italiana crede che il fatto insurrezionale, destinato ad affermare con delle azioni il principio socialista, sia il mezzo di propaganda piĂą efficace.”

Queste parole racchiudono il principio,  teorizzato da Malatesta e Cafiero, che stava alla base della politica della Federazione.

La diffusione delle idee anarchiche non doveva avvenire solo con le parole, ma soprattutto attraverso l’esempio concreto, che avrebbe fornito il modello da seguire ai contadini del Meridione.

I fatti

Il piano prevedeva, nella sua fase iniziale, un raduno degli uomini nella taverna Jacobelli, a San Lupo, il giorno 3 aprile 1877.

La polizia cercò di sventare l’operazione, ma a causa di un clamoroso sbaglio, nella notte tra il 5 e il 6 aprile vi fu uno scontro a fuoco tra carabinieri e anarchici.

Nonostante ci fossero stati alcuni feriti, ventisei internazionalisti riuscirono a fuggire sulle montagne, per poi far perdere ogni loro traccia.

La mattina dell’8 aprile, gli insorti arrivarono a Letino, impugnando le bandiere rosso-nere.

Occupato il municipio, i ribelli diedero fuoco agli archivi contenenti i titoli di proprietĂ  e distrussero il contatore della tassa sul macinato, reale motivo per cui i contadini decisero di spalleggiare i rivoluzionari.

Il ritratto del re fu fatto a brandelli, mentre il parroco del paese diede il suo appoggio agli anarchici.

Nel pomeriggio, la banda arrivò a Gallo, ma in tale luogo, gli uomini, stremati e accerchiati dalla polizia, decisero di arrendersi, in data 12 aprile.

Le conseguenze

Gli eventi del Matese scatenarono violenti reazioni contro l’Internazionale.

Gli insorti facenti parte della Banda del Matese furono incarcerati per 15 mesi, in attesa del loro processo.

Non fu una corte marziale a giudicare il misfatto solo grazie a una tempestiva impresa di Silvia Pisacane, la quale intercedette presso il ministro degli Interni, Giovanni Nicotera.

Il procedimento giudiziario si tenne a Benevento, fra il 14 e il 25 agosto 1878, e si concluse con l’assoluzione di tutti i prigionieri.

La popolaritĂ  degli ideali risorgimentali dell’epoca e un’amnistia concessa per l’avvento al trono di Umberto I impedì, difatti, la condanna dei ribelli.