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7 agosto: il santo di Napoli, la Kon-Tiki e il funambolo tra le Torri Gemelle

Dal culto di san Gaetano a Napoli alla Kon-Tiki, fino a Philippe Petit e Lynne Cox: sette storie sorprendenti accadute il 7 agosto.

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7 agosto: il santo di Napoli, la Kon-Tiki e il funambolo tra le Torri Gemelle

Il 7 agosto un santo muore a Napoli, una zattera raggiunge la Polinesia e un uomo cammina sospeso tra le Torri Gemelle. Nella stessa data nascono Mata Hari e una decorazione a forma di cuore, mentre una nuotatrice entra nelle acque gelide che separano gli Stati Uniti dall’Unione Sovietica.

Compare anche una fotografia granulosa della Terra, ridotta a una falce luminosa: il primo sguardo sul pianeta inviato da un satellite in orbita.

1547: muore a Napoli san Gaetano, il santo del pane e del lavoro

Il 7 agosto 1547 morì a Napoli Gaetano da Thiene, sacerdote vicentino e fondatore dei Chierici regolari teatini. Non era nato in città, ma vi trascorse una parte decisiva della propria vita e lasciò una traccia tanto profonda che uno dei luoghi più antichi del centro storico porta ancora il suo nome.

Laureato in diritto a Padova, aveva lavorato nella Curia romana prima di essere ordinato sacerdote. Nel 1524 fondò con Gian Pietro Carafa, futuro papa Paolo IV, e altri compagni una congregazione impegnata nel rinnovamento del clero attraverso la disciplina, la povertà e il ritorno al modello delle prime comunità cristiane.

Dopo il sacco di Roma e un periodo trascorso a Venezia, nel 1533 si trasferì a Napoli. Qui si dedicò ai malati e ai poveri, promosse opere caritative e partecipò intensamente alla vita religiosa cittadina. Il suo nome è legato anche alle esperienze assistenziali e creditizie dalle quali sarebbe nato il Monte di Pietà. Negli ultimi giorni, segnati da tensioni popolari, la tradizione teatina racconta che offrì la propria vita affinché Napoli ritrovasse la pace.

La sua memoria domina ancora il punto in cui via dei Tribunali incontra San Gregorio Armeno. Piazza San Gaetano occupa l’area dell’antica agorà greca e del foro romano; sulla piazza si affaccia la basilica di San Paolo Maggiore, sorta sulle strutture del tempio dei Dioscuri e divenuta sede dei teatini.

Al centro si innalza la statua del santo, raffigurato con le braccia aperte verso la città. Tra colonne romane, chiese barocche e strade affollate, il suo nome continua così a vivere in uno degli spazi più riconoscibili di Napoli.

1782: George Washington sceglie un cuore viola per premiare i soldati

Mentre la guerra d’indipendenza americana si avvicinava alla conclusione, il 7 agosto 1782 George Washington emanò dal quartier generale di Newburgh un ordine insolito.

Il comandante dell’esercito continentale voleva ricompensare anche sottufficiali e soldati semplici distintisi per coraggio, fedeltà o servizi eccezionali. Nelle armate europee le decorazioni erano riservate soprattutto agli ufficiali; Washington riconobbe invece che il valore non dipendeva dal grado.

Il distintivo consisteva in un cuore di stoffa o seta viola, bordato da un sottile nastro e cucito sul lato sinistro dell’uniforme. Il Badge of Military Merit fu conferito con certezza soltanto a tre uomini.

Uno di loro, il sergente Daniel Bissell, aveva trascorso tredici mesi a New York fingendosi un disertore. Arruolato nelle forze britanniche sotto falsa identità, raccolse informazioni su truppe, fortificazioni e piani militari prima di riuscire a rientrare tra le linee americane.

La decorazione cadde poi in disuso. Nel 1932 venne recuperata e trasformata nella moderna Purple Heart, assegnata ai militari statunitensi feriti o uccisi in servizio. La medaglia attuale è diversa dal piccolo distintivo settecentesco, ma ne conserva forma e colore: un cuore viola nato per riconoscere il valore di chi non apparteneva ai ranghi più elevati.

7 agosto 1876: nasce la donna che avrebbe inventato Mata Hari

Il 7 agosto 1876 nacque nei Paesi Bassi Margaretha Geertruida Zelle. Il mondo l’avrebbe conosciuta con il nome scelto da lei: Mata Hari.

La sua vita cambiò dopo il fallimento del padre e la morte della madre. A diciotto anni sposò Rudolph MacLeod, ufficiale dell’esercito coloniale olandese molto più anziano, e lo seguì nelle Indie orientali. Il matrimonio fu segnato da violenze, tradimenti e dalla morte di uno dei figli.

Tornata in Europa e separatasi dal marito, Margaretha raggiunse Parigi senza denaro né prospettive. Fu allora che costruì una nuova identità. Scelse un’espressione malese traducibile come “occhio del giorno” e si presentò come una danzatrice proveniente da un Oriente immaginario.

Con veli, gioielli e racconti inventati su templi e principesse, conquistò una Parigi affascinata dall’esotismo e trasformò la propria biografia in spettacolo.

Con la Prima guerra mondiale, i suoi viaggi e le sue relazioni divennero sospetti. Cittadina di un Paese neutrale, poteva muoversi tra nazioni nemiche con relativa facilità. Ebbe contatti con i servizi tedeschi e francesi, ricevette denaro e venne identificata nei messaggi intercettati come l’agente H21.

Arrestata in Francia, fu processata da un tribunale militare e fucilata il 15 ottobre 1917. Quanto fosse stata davvero efficace come spia rimane discusso. Le prove non dimostrarono che avesse trasmesso informazioni decisive, mentre il giudizio risentì del clima di paura e della sua reputazione.

Film e romanzi la trasformarono nella spia seducente per eccellenza. La sua creazione più riuscita non fu però una missione segreta, ma il personaggio nel quale Margaretha Zelle riuscì quasi a scomparire.

1947: la Kon-Tiki approda dopo 101 giorni nell’oceano

Il 7 agosto 1947 una zattera di legno di balsa urtò la barriera corallina dell’atollo di Raroia, nella Polinesia francese. A bordo si trovavano sei uomini stremati, ma ancora vivi.

La Kon-Tiki era salpata dal porto peruviano di Callao il 28 aprile. L’esploratore norvegese Thor Heyerdahl l’aveva ideata per dimostrare che antiche popolazioni sudamericane avrebbero potuto raggiungere le isole del Pacifico con imbarcazioni costruite secondo tecniche precolombiane.

La sua teoria sull’origine dei polinesiani sarebbe stata in seguito ridimensionata dagli studi archeologici, linguistici e genetici. La spedizione poneva tuttavia una domanda concreta: una zattera simile poteva resistere in mare aperto?

Heyerdahl fece legare tra loro grandi tronchi di balsa e limitò per quanto possibile l’impiego di materiali moderni. L’imbarcazione non possedeva un motore e dipendeva soprattutto dagli alisei e dalla corrente di Humboldt. Molti esperti prevedevano che si sarebbe disgregata nel giro di poche settimane.

Durante il viaggio affrontarono tempeste, squali e onde capaci di invadere il ponte. Alle provviste si aggiungevano tonni e pesci volanti finiti a bordo durante la notte.

Dopo circa ottomila chilometri e 101 giorni di navigazione, la corrente spinse la Kon-Tiki contro il reef di Raroia. Le onde la sollevarono e la scaraventarono sui coralli, ma l’equipaggio riuscì a raggiungere un isolotto disabitato.

L’impresa non provò che gli antichi sudamericani avessero colonizzato la Polinesia. Dimostrò però che una zattera giudicata inadatta poteva attraversare il Pacifico. Il libro di Heyerdahl divenne un successo internazionale e il documentario girato durante il viaggio vinse l’Oscar nel 1951.

7 agosto 1959: un satellite osserva la Terra come una falce luminosa

Il 7 agosto 1959 un razzo Thor-Able decollò da Cape Canaveral portando nello spazio Explorer 6.

Dei quattro pannelli solari, uno non si aprì correttamente. Nonostante l’energia ridotta, gli strumenti continuarono a funzionare.

Il risultato più celebre arrivò una settimana dopo. Il 14 agosto Explorer 6 trasmise la prima immagine della Terra ottenuta da un satellite in orbita.

Il pianeta appariva come una mezzaluna luminosa, granulosa e quasi astratta. La scansione richiese circa quaranta minuti e mostrava una porzione dell’Oceano Pacifico osservata da quasi 27.000 chilometri di distanza.

Palloni e razzi suborbitali avevano già fotografato la superficie terrestre dall’alto. Explorer 6 offrì però uno sguardo differente: proveniva da un oggetto che stava girando intorno al pianeta. Quell’immagine imperfetta conteneva già un’idea destinata a diventare familiare: la Terra osservata dall’esterno, piccola e isolata nello spazio.

1974: Philippe Petit cammina nel vuoto tra le Torri Gemelle

Poco dopo le sette del mattino del 7 agosto 1974, alcuni passanti di Manhattan alzarono lo sguardo e videro un uomo sospeso tra le Torri Gemelle del World Trade Center.

Philippe Petit aveva ventiquattro anni e avanzava su un cavo teso a oltre quattrocento metri dal suolo. Non indossava imbracature e sotto di lui non era stata montata alcuna rete.

Petit aveva preparato l’impresa per anni, studiando misure, sorveglianza e turni del personale. Con alcuni complici entrò negli edifici fingendosi operaio e portò sui tetti corde, attrezzi e un pesante cavo d’acciaio.

Per coprire la distanza tra le torri, il gruppo scagliò da un tetto all’altro una freccia legata a un filo sottile. Quel filo servì a tirare corde sempre più robuste, fino a trascinare il cavo principale attraverso il vuoto.

Petit rimase sospeso per circa quarantacinque minuti e compì otto traversate. Si inginocchiò, si sdraiò sul cavo e sembrò giocare con gli agenti che lo aspettavano sui tetti, mentre migliaia di persone si fermavano nelle strade sottostanti.

Quando decise di rientrare, la polizia lo arrestò. In seguito, le autorità ritirarono le accuse in cambio di un’esibizione gratuita per bambini a Central Park.

La passeggiata venne definita “il crimine artistico del secolo”. Per meno di un’ora Petit aggiunse alle torri una linea quasi invisibile e trasformò il vuoto in una strada.

Dopo l’11 settembre 2001, quelle fotografie hanno assunto un significato ancora più intenso. Mostrano gli edifici in un limpido mattino estivo e un uomo che, invece di precipitare, sembra camminare nel cielo.

7 agosto 1987: Lynne Cox nuota dagli Stati Uniti all’Unione Sovietica

Il 7 agosto 1987 la nuotatrice americana Lynne Cox entrò nello stretto di Bering indossando soltanto costume, cuffia e occhialini.

Davanti a lei si stendeva un tratto di mare largo pochi chilometri. La distanza non era eccezionale per un’atleta che aveva già attraversato la Manica, ma quelle acque dividevano due superpotenze nemiche.

Cox partì dall’americana Little Diomede verso Big Diomede, allora sovietica. Pochi chilometri separavano due comunità indigene legate da rapporti familiari, ma divise da decenni di Guerra fredda.

La nuotatrice aveva concepito il progetto nel 1976. Per undici anni cercò autorizzazioni e interlocutori disposti ad ascoltarla. Il permesso sovietico arrivò soltanto il giorno precedente alla partenza.

La temperatura dell’acqua era di circa tre gradi. La nebbia riduceva la visibilità e le correnti rischiavano di spingerla fuori rotta. Dopo due ore e cinque minuti Cox raggiunse l’isola sovietica.

All’arrivo non riusciva più a uscire dall’acqua. Due uomini in uniforme la sollevarono e i medici la avvolsero con coperte e borse d’acqua calda. Su quella spiaggia si incontrarono americani, sovietici e abitanti delle due isole.

Pochi mesi dopo, durante il vertice di Washington, Michail Gorbačëv ricordò la traversata davanti a Ronald Reagan come esempio della vicinanza tra i due popoli.

La nuotata non cambiò da sola i rapporti tra le due potenze. Per alcune ore, però, trasformò una frontiera militare in un luogo d’incontro raggiunto con il solo movimento delle braccia.

Quando bastano una zattera, un filo o un costume

Di queste vicende rimangono oggetti semplici: un cuore di stoffa, una zattera di balsa, una fotografia granulosa e un’asta da equilibrista. Sembrano troppo piccoli per contenere le imprese alle quali appartengono.

Eppure, per affrontare un oceano può bastare una zattera; per unire due torri, un filo. Per raggiungere una spiaggia vietata da quasi cinquant’anni furono sufficienti un costume da bagno e il coraggio di entrare nell’acqua.