5 giugno 1944, svegliarsi ogni mattina senza sapere se la sera si sarebbe tornati vivi a casa. Era questa la realtà dei romani in quella estate. Per nove mesi, tra i più tragici della sua storia, la città aveva vissuto sotto il giogo dell’occupazione nazista: coprifuoco, rastrellamenti, deportazioni, fame. Circolava persino la voce che, in caso di arrivo degli americani, i tedeschi fossero pronti a far saltare in aria la città. Roma, la Città Eterna, sopravvissuta a secoli di invasioni, non aveva mai vissuto qualcosa di simile. E nessuno sapeva come sarebbe andata a finire.
Poi, all’alba del 5 giugno 1944, qualcosa cambiò per sempre. Le truppe americane del generale Mark Wayne Clark superarono le ultime linee difensive tedesche ed entrarono nella Capitale, accolte con entusiasmo dalla popolazione romana. Kesselring decise di ritirare le sue truppe verso nord, evitando un combattimento all’interno di Roma. Niente esplosioni, niente macerie. La colonna di automezzi alleati raggiunse il Campidoglio tra lacrime, abbracci e urla di gioia. Roma era la prima capitale di una nazione dell’Asse a cadere. Un momento che avrebbe cambiato la storia.
Il giorno dopo, il mondo guardava altrove
Ma la festa durò poco. La rilevanza storica della liberazione della capitale italiana fu quasi subito oscurata dal D-Day, lo sbarco in Normandia del 6 giugno che dominò ogni prima pagina del mondo. Roma finalmente libera finì in secondo piano, come capita spesso alle grandi storie quando ne arriva una ancora più grande. Quello stesso 5 giugno, Vittorio Emanuele III trasferì i poteri al principe Umberto come Luogotenente generale del Regno, senza però abdicare. Mussolini ascoltava alla radio le notizie della “caduta” di Roma dal quartier generale del RSI. Una città liberata, un paese che cercava ancora sé stesso. Roma ce l’aveva fatta. Il resto era ancora tutto da scrivere.





