21.6 C
Napoli
giovedì, 26 Maggio 2022

27 gennaio 1302: l’esilio del Sommo Poeta

L’esilio, avvenuto il 27 gennaio del 1302 diventò per Dante, un vero e proprio topos letterario con una lunga preistoria nella cultura del tempo.

Da non perdere

Il 27 gennaio del 1302 il Sommo Poeta Dante Alighieri fu condannato all’esilio.

Oggi si ricorda la prima condanna inferta al Poeta, uno dei motivi che alimentò ulteriormente l’intuizione poetica di Dante Alighieri e che lo porterà a scrivere la Comedìa da esule “cittadino del mondo”.

Il Poeta fu condannato in contumacia all’esilio dalla città di Firenze, datata 27 gennaio 1302.

Dante, personalità attiva sia dal punto di vista culturale che sociale, fu un vero e proprio testimone del panorama politico del tempo ed infatti decise di entrare nella vita politica della propria città natale, Firenze, a partire dal 1290.

Membro del Consiglio dei Cento prima ed eletto tra i Sette Priori della città nel 1300, non poté fare a meno di schierarsi scegliendo la fazione dei Bianchi. Tutto ciò mentre imperversava il grande scontro tra Guelfi bianchi e Papa Bonifacio VIII collocato poi da Dante nel suo “Inferno” nonostante fosse ancora in vita. Un scontro che terminò con l’arrivo di Carlo di Valois a Firenze e l’instaurazione del governo del podestà e guelfo nero Cante Gabrielli da Gubbio.

Dante Alighieri che in quel periodo faceva parte di un’ambasceria a Roma, non fece ritorno come richiesto, a Firenze e fu quindi condannato al pagamento di una multa e a due anni di confino. Era il 27 gennaio 1302. Non avendo pagato la multa, il 10 marzo la condanna si trasformò nella confisca dei beni e alla morte sul rogo se fosse stato catturato dalle autorità. Dante non fece più ritorno a la gran villa.

Nella nota di condanna si leggeva:

“Alighieri Dante è condannato per baratteria, frode, falsità, dolo, malizia, inique pratiche estortive, proventi illeciti, pederastia, e lo si condanna a 5000 fiorini di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici, esilio perpetuo (in contumacia), e se lo si prende, al rogo, così che muoia”.

Baratteria, concussione e corruzione furono le accuse rivolte a Dante Alighieri e alla compagine. 

Ricordiamo che Dante Alighieri apparteneva alla fazione dei Guelfi bianchi e fu fortemente attivo nella gestione politica ed amministrativa della città; quando poi i Guelfi neri presero il comando di Firenze fu individuato come uno dei principali avversari da rendere inoffensivo.

L’esilio di Dante Alighieri il 27 gennaio, ebbe un ruolo fondamentale nella poetica del poeta e nella visione che da quel momento del 1302 egli ebbe del proprio rapporto con la città natale.

Una grossa ferita per il Poeta, che condizionò fortemente l’attività letteraria successiva, dal De Vulgari eloquentia, una delle prime opere scritte proprio durante l’esilio.

27 gennaio 1302: un duro colpo per Dante Alighieri

Il confinamento durò dal 1302 al 1305 e fu molto proficuo dal punto di vista poetico. Sia nel De Vulgari che ne La Commedia c’è un carattere predominante e ricorrente che gli studiosi ancora oggi sottolineano: il rancore di Dante, più volte ribadito.

L’esilio, avvenuto il 27 gennaio del 1302 diventò per Dante, un vero e proprio topos letterario con una lunga preistoria nella cultura del tempo.

Proprio tale aspetto rappresenta un tema perenne nella mitologia eroica del mondo classico, nei racconti dei tempi e dei luoghi più remoti, e anche nelle leggende sulla fondazione della civiltà romana da parte di Enea.

A quella riflessione si rifà Dante, rapportandosi con Ovidio.

La poesia mitologica di Ovidio aiuta Dante a ritrarre le difficoltà dell’esperienza dell’esclusione politica da Firenze; ma anche le biografie di Ovidio, e le tradizioni narrative e retoriche associate dalla tradizione medievale alla figura del poeta-esule di Tomi, alimentano i tentativi di Dante di ristabilire la propria immagine di poeta dopo la rottura dell’esilio.

Dante non rientrò mai più a Firenze, ma se ci fosse ritornato l’avrebbe vista profondamente diversa; infatti, il Poeta dopo aver soggiornato in diverse città, nel 1315 gli fu concessa un’amnistia, a patto secondo la quale avrebbe dovuto pagasse una multa simbolica, riconoscendo le proprie colpe.

Dante rifiutò con sdegno l’offerta, rivenicando la sua innocenza e la conseguente decisione di non tornare più a Firenze.

image_pdfimage_print

Ultimi articoli