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11 settembre, una data che la storia ha riscritto

11 settembre: dalla battaglia di Stirling Bridge al golpe in Cile, fino agli attentati alle Torri Gemelle che segnarono la storia.

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11 settembre, una data che la storia ha riscritto
Immagine generata dall'AI

Fino alle 8.46 del 2001, l’11 settembre era una data come molte altre. Aveva le sue battaglie, le sue svolte politiche e perfino una curiosa coincidenza legata al Pentagono. Poi un aereo colpì la Torre Nord del World Trade Center e tutto ciò che era accaduto prima passò in secondo piano.

Oggi quelle due parole — “undici settembre” — rimandano immediatamente a New York, al fumo sopra Manhattan e alle persone affacciate alle finestre delle Torri Gemelle. Ma la storia di questa giornata comincia molto prima.

Un ponte stretto e una vittoria enorme

Nel 1297 la Scozia è in rivolta contro il dominio di Edoardo I d’Inghilterra. L’esercito inglese marcia verso Stirling, uno dei passaggi strategici del Paese, e si prepara ad attraversare il fiume Forth.

William Wallace e Andrew Moray lo aspettano sulla riva opposta. Il ponte è stretto, il terreno circostante è paludoso e la cavalleria pesante inglese non può muoversi liberamente. I comandanti scozzesi lasciano passare una parte dei nemici, poi attaccano e tagliano loro la ritirata.

È una trappola efficace e brutale. Molti soldati inglesi muoiono sul campo o annegano tentando di attraversare il fiume. Gli scozzesi, inferiori per numero e mezzi, ottengono una vittoria che sembrava impossibile.

Wallace diventerà il grande protagonista del racconto nazionale. Moray avrà meno fortuna: ferito durante la battaglia, morirà poco dopo e finirà quasi cancellato dalla versione popolare della vicenda. La memoria, allora come oggi, non distribuisce la gloria in modo equo.

11 settembre 1777: Washington perde Philadelphia, non la rivoluzione

L’11 settembre 1777 George Washington cerca di chiudere agli inglesi la strada verso Philadelphia. Schiera circa undicimila uomini lungo il Brandywine, ma il generale William Howe lo sorprende con una manovra sul fianco affidata alle truppe di Charles Cornwallis.

Le informazioni arrivano tardi e spesso si contraddicono. Quando Washington comprende il piano britannico, una parte del suo schieramento rischia già l’accerchiamento. Gli americani cedono e si ritirano verso Chester. Tra i feriti c’è anche il marchese de Lafayette, il giovane aristocratico francese giunto in America per combattere con i rivoluzionari.

Gli inglesi entreranno a Philadelphia alla fine del mese, costringendo il Congresso a lasciare la città. Eppure la rivoluzione non si ferma. Washington conserva l’esercito e il governo continua a operare altrove.

Brandywine dimostra che una capitale può cadere senza trascinare con sé lo Stato. Per gli inglesi è una vittoria sul campo; per gli americani, una sconfitta dalla quale riescono a ripartire.

Hamilton e il potere dei conti pubblici

Nel 1789 Alexander Hamilton presta giuramento come primo segretario al Tesoro degli Stati Uniti. La guerra d’indipendenza è finita, ma il nuovo Paese ha debiti enormi, entrate incerte e una credibilità finanziaria ancora tutta da costruire.

Hamilton tratta il problema come una questione politica. Propone che il governo federale assuma i debiti delle ex colonie, sostiene la creazione di una banca nazionale e cerca entrate fiscali capaci di rendere affidabile lo Stato.

Il suo progetto incontra la dura opposizione di Thomas Jefferson e James Madison. Dietro lo scontro economico ci sono due idee diverse dell’America: da una parte un governo centrale forte, dall’altra una federazione nella quale i singoli Stati conservino maggiore autonomia.

Hamilton vince molte di quelle battaglie. Capisce prima di altri che una repubblica non si regge soltanto sulla Costituzione. Deve anche pagare ciò che deve e convincere cittadini, banche e governi stranieri che continuerà a farlo.

11 settembre 1941: il Pentagono, sessant’anni prima

I lavori per costruire il Pentagono iniziano l’11 settembre 1941. Gli Stati Uniti non sono ancora entrati nella Seconda guerra mondiale, ma l’apparato militare cresce rapidamente e ha bisogno di una sede unica.

Il progetto deve essere realizzato in fretta. La scarsità di acciaio spinge gli ingegneri a usare soprattutto cemento armato; le rampe sostituiscono molti ascensori. Cinque anelli collegati da corridoi permettono di muoversi all’interno dell’enorme edificio senza percorrere distanze eccessive.

Il cantiere si conclude dopo appena sedici mesi. Il Pentagono diventa il centro amministrativo e operativo delle forze armate americane, ma anche una delle immagini più riconoscibili del potere degli Stati Uniti.

Sessant’anni esatti dopo la posa della prima pietra, il volo American Airlines 77 si schianterà contro il suo lato occidentale. Difficile trovare, nella storia contemporanea, una coincidenza più cupa.

Un panda per parlare al mondo

Nel 1961, a Morges, in Svizzera, viene registrato il World Wildlife Fund. L’obiettivo è trovare risorse per proteggere animali e ambienti naturali minacciati dalla caccia e dalla distruzione degli habitat.

La tutela della natura, fino ad allora, era rimasta soprattutto una materia per studiosi e associazioni specializzate. I fondatori del WWF capiscono che occorre raggiungere un pubblico molto più vasto. Serve anche un simbolo.

Peter Scott disegna un panda prendendo spunto da Chi-Chi, l’esemplare ospitato dallo zoo di Londra. L’animale è raro, suscita simpatia e può essere stampato facilmente in bianco e nero. La scelta si rivela formidabile: quel disegno diventerà più famoso della stessa organizzazione.

Il WWF porta così l’ambientalismo fuori dai circoli scientifici e lo trasforma, gradualmente, in una causa internazionale.

11 settembre 1973: il giorno in cui finisce la democrazia cilena

All’alba dell’11 settembre 1973 la Marina cilena occupa Valparaíso. Salvador Allende raggiunge il palazzo presidenziale della Moneda e scopre che la ribellione coinvolge i vertici delle forze armate.

Il suo governo è sotto pressione da mesi. Allende vuole costruire il socialismo attraverso il voto e le istituzioni democratiche. Ha nazionalizzato il rame, accelerato la riforma agraria e ampliato gli interventi sociali. L’inflazione, la scarsità di beni, gli scioperi e la violenza politica hanno però spaccato il Paese.

Alla crisi interna si aggiunge la Guerra fredda. Gli Stati Uniti considerano Allende un pericolo e finanziano settori dell’opposizione, esercitando pressioni economiche e politiche sul suo governo. Washington non crea da sola la frattura cilena, ma contribuisce ad approfondirla.

I militari ordinano ad Allende di arrendersi. Il presidente rifiuta e parla per l’ultima volta alla radio, mentre i soldati circondano la Moneda. Poco prima di mezzogiorno, i caccia dell’Aeronautica bombardano il palazzo.

Allende si toglie la vita prima dell’ingresso dei militari, come confermeranno anni dopo l’autopsia e le indagini giudiziarie. Augusto Pinochet prende il controllo della giunta e rimane al potere fino al 1990.

Seguono arresti di massa, torture, sparizioni ed esecuzioni. Migliaia di cileni lasciano il Paese. Il regime impone anche una trasformazione economica fondata sulle privatizzazioni e sulla riduzione dell’intervento pubblico. Gli effetti di quella stagione continueranno a dividere il Cile molto tempo dopo la fine della dittatura.

New York, ore 8.46

La mattina dell’11 settembre 2001 è limpida. Alle 8.46 il volo American Airlines 11 colpisce la Torre Nord del World Trade Center. Le televisioni interrompono i programmi e mostrano il fumo che esce dai piani più alti. Si parla ancora di un possibile incidente.

Alle 9.03 il volo United Airlines 175 entra nella Torre Sud. L’impatto avviene in diretta. Da quel momento nessuno può più equivocare: gli Stati Uniti sono sotto attacco.

Diciannove uomini legati ad al-Qaeda hanno dirottato quattro aerei di linea. Alle 9.37 il volo American Airlines 77 colpisce il Pentagono. Alle 10.03 il volo United Airlines 93 precipita in Pennsylvania dopo il tentativo dei passeggeri e dell’equipaggio di sopraffare i dirottatori.

A Manhattan, intanto, migliaia di persone cercano di lasciare le torri. Vigili del fuoco, poliziotti e paramedici salgono le scale in senso opposto. La Torre Sud crolla alle 9.59. La Torre Nord alle 10.28.

Le vittime sono 2.977, provenienti da oltre novanta Paesi. A questo numero si aggiunge il costo umano emerso negli anni successivi: tumori e malattie respiratorie hanno colpito soccorritori, lavoratori e residenti esposti alle polveri di Ground Zero.

Gli attentati aprono una stagione politica nuova. Gli Stati Uniti invadono l’Afghanistan, dove il regime talebano ospita i vertici di al-Qaeda. Il Congresso approva il Patriot Act e amplia i poteri di indagine e sorveglianza. Nascono il carcere di Guantánamo e un sistema di detenzioni e operazioni antiterrorismo spesso sottratto alle garanzie ordinarie.

Nel 2003 l’amministrazione Bush invade anche l’Iraq, sebbene non venga dimostrato alcun legame operativo tra Saddam Hussein e gli attentati. L’11 settembre non è la causa diretta di quella guerra, ma crea il clima di paura e consenso nel quale diventa possibile.

Cambiano gli aeroporti, la politica estera e il rapporto tra sicurezza e libertà personali. Crescono anche le aggressioni contro musulmani, arabi e sikh. Le conseguenze di quella mattina non restano tra le macerie di New York: entrano nelle leggi, nelle guerre e nella vita quotidiana di milioni di persone.

Oltre la commemorazione

Ogni anniversario riporta sugli schermi gli aerei, il fumo e il crollo delle torri. Sono immagini necessarie, ma non bastano.

Ricordare l’11 settembre significa ricordare le vittime e chi entrò negli edifici per soccorrerle. Significa anche osservare ciò che venne dopo: le guerre, l’espansione della sorveglianza, le discriminazioni e le decisioni prese mentre la paura dominava il dibattito pubblico.

La memoria serve davvero quando non si limita a ripetere una data, ma continua a fare domande.