Ragazzino ferito da baby-gang a Casoria

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ragazzino ferito

Un ragazzino prossimo ai 14 anni accoltellato all’avanbraccio sinistro: è accaduto ieri, a Casoria, nel napoletano. La dinamica che mette in campo la baby-gang –quasi si trattasse di una strategia di guerra- sembra ripetersi. Il soggetto preso di mira viene infatti prima accerchiato, poi aggredito verbalmente, ed infine, fisicamente, al solito con un coltello.Il pre-adolescente è stato trasportato dal padre al Santobono, ospedale pediatrico, dove hanno stabilito per lui una prognosi di 12 giorni. Si è alla ricerca dei delinquenti.

Non sfuggiranno alla memoria del lettore le analogie con numerose altre vicende di cronaca riportate negli ultimi tempi, tra i quali figura forse uno dei casi più noti, quello di Arturo.Il ragazzo, similmente, era stato avvicinato, poi ferocemente aggredito con un coltello che lo aveva ferito ad un polmone, rischiando di recidergli anche la carotide. Arturo ha riconosciuto in tempi recenti l’ultimo –tra l’altro il più giovane- dei suoi 4 aggressori, ovviamente non imputabile, avendo egli 12 anni. Gli altri componenti della banda sono invece tutti rinchiusi con l’accusa, mutata rispetto alla precedente di tentata rapina, nella ben più grave di tentato omicidio.

Il fenomeno delle baby-gang si mostra crescente e sarebbe d’obbligo chiedersi il perché e dove affonda le proprie radici, e magari anche quanto profondamente. La baby gang è una particella nascente della più imponente criminalità organizzata.

Questi giovani, che spesso non trovano o realmente non godono nelle aree in cui vivono di attività in cui potersi immergere con interesse, trovano nel gruppo la propria identità, un gruppo malavitoso, s’intende. Spesso utilizzano il gruppo per farsi notare dai criminali affermati, come se aspirassero a “a fare colpo” su chi si trova più in su nella gerarchia e si prestassero perciò ben volentieri a diventare uomini, come la mafia gli propina, tramite il rito d’iniziazione della banda. Allo stesso modo insomma di chi voglia ottenere un posto di lavoro, e si sa, la malavita, checché se ne dica, paga.La famiglia poi, il più delle volte incurante dei figli, offre un’ambiente, a sua volta, carente di cure, attenzioni che sovente prescindono dal distribuire la “paghetta” settimanale.

Si potrebbe, quindi, affermare, che il fenomeno ha radici antiche, familiari ed extra-familiari, di cui anche la società stessa è responsabile, e le cui conseguenze si riversano sulle strade, il locus privilegiato di questi ragazzini che non trovano posto né a casa né in altra sede, e che vedono nel gruppo dei coetanei ribelli l’unico modo di essere.

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Giovane psicologa clinica laureatasi all'Università di Roma "La Sapienza" ed educatrice, appassionata di giornalismo e fotografia.

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